Aspetti previdenziali e fiscali dei lavoratori non residenti in Italia

Controllate estere: la normativa antielusiva CFC

di Francesco Brandi CommentaIn Accertamento, Contenzioso, Fiscalità Estera, Primo Piano

L’articolo 167 del TUIR disciplina la normativa riguardante le cosiddette controlled foreign companies, (CFC) cioè le società controllate estere residenti o localizzate in Stati o territori a fiscalità privilegiata, i c.d. “paradisi fiscali” compresi nella black list di cui al D.M. 21 novembre 2001.

Tale disposizione ha esercitato un notevole impatto nel sistema vigente tributario, comportando il superamento dello schermo della persona giuridica estera come autonomo centro di imputazione della ricchezza e l’attrazione in Italia di redditi di entità estere partecipate.

La disciplina CFC reca una presunzione legale finalizzata a contrastare la delocalizzazione effettuata per conseguire un risparmio d’imposta, con conseguente inversione dell’onere probatorio a carico del contribuente il quale è tenuto a dimostrare che la delocalizzazione non ha lo scopo di eludere il sistema di norme impositive vigenti in Italia, quanto, piuttosto, di ottenere reali vantaggi economici, soprattutto in termini di maggiore competitività commerciale.

La normativa (in particolare art. 167, comma 1) prevede che il reddito conseguito dalla controllata estera è imputato – a prescindere dalla sua effettiva percezione – al soggetto residente controllante in proporzione alla sua quota di partecipazione agli utili, a decorrere dalla chiusura dell’esercizio o periodo di gestione del soggetto estero partecipato (prescindendo dal periodo di possesso della partecipazione) e assoggettato a tassazione separata (art. 167, comma 6).

Alla luce delle modifiche apportate dal DL 1 luglio 2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102 del 2009, la normativa in materia di imprese estere partecipate non si applica se i soggetti residenti, tramite apposita istanza di interpello, dimostrino alternativamente:

  • che la società o altro ente (controllato) non residente svolga un’effettiva attività industriale o commerciale, “come sua principale attività, nel mercato dello stato o territorio di insediamento; per le attività bancarie, finanziarie e assicurative quest’ultima condizione si ritiene soddisfatta quando la maggior parte delle fonti, degli impieghi o dei ricavi originano nello Stato o territorio di insediamento” (esimente di cui alla lettera a) del comma 5 dell’articolo 167 del TUIR);
  • che dalle partecipazioni possedute non consegue l’effetto di localizzare i redditi in Stati o territori in cui sono sottoposti a regimi fiscali privilegiati (esimente di cui alla lettera b) dell’articolo 167 del TUIR).

È sufficiente dimostrare anche una sola delle riferite cause di disapplicazione per ottenere l’accoglimento dell’istanza da parte della Agenzia delle entrate.

Dall’anno 2015 è possibile disapplicare la norma anche senza presentare l’istanza di interpello oppure in caso di risposta negativa all’istanza presentata: in questi casi bisogna segnalare il possesso della partecipazione CFC nel modello Unico 2016 che prevede l’inserimento anche di ulteriori informazioni non previste espressamente dalla norma. Nel quadro “FC”, infatti, non basterà indicare i dati della società partecipata ma vanno compilati anche i campi dedicati alla quantificazione del reddito della stessa (con le regola del TUIR, ovvero risultato di bilancio e variazioni fiscali). Il reddito così indicato non dovrà essere riportato però nel quadro RM (dei redditi soggetti a tassazione separata), evitando quindi di essere tassato.

Tale indicazione faciliterà evidentemente il compito dell’amministrazione finanziaria nella ricostruzione del reddito della società controllata da imputare per trasparenza alla società residente, nel caso in cui, a seguito dell’attivazione del preventivo contraddittorio (divenuto obbligatorio per espressa previsione dell’art. 167, comma 8-quater del T.U.I.R., come modificato dall’art. 8 del D.Lgs. n. 147 del 2015) l’Amministrazione ritenga di non condividere le argomentazioni fornite dai contribuenti.

Dal quadro FC scompare, infine, il riferimento alle società collegate, in virtù dell’abrogazione dell’art. 168 del T.U.I.R., disposta dall’art. 8 del D.Lgs. n. 147 del 2015-

CASSAZIONE 19991 / 2018

Si segnala in materia una recente ordinanza della Cassazione civile  n. 19991 del 27 luglio 2018  nella quale i giudici di legittimità ricordano che per effetto della regola antielusiva (CFC rule), il reddito della controllata estera viene trattato come reddito della controllante domestica, restando quindi assoggettato all’aliquota interna: pro tempore, l’aliquota del 33 per cento.

Nel caso di specie, ribaltando il giudizio dei gradi di merito la Cassazione ha affermato che l’ente controllante che sia in perdita fiscale o senza redditi propri – sprovvisto quindi di una sua «aliquota media» – non può invocare per i redditi esteri imputati in trasparenza l’aliquota del 27 per cento, giacché in tal modo reclamerebbe un trattamento agevolato. La misura del 27 per cento è concepita dal legislatore come la soglia minima dell’aliquota media e pertanto non viene in rilievo laddove non vi sia un’aliquota media: unica aliquota applicabile, in tal caso, è l’aliquota ordinaria.

 

TRATTO DAL COMMENTO: CFC rule ed aliquota Ires applicabile ai redditi esteri – Commento alla Ordinanza di Cassazione n. 19991 del 27 luglio 2018



Autore dell'articolo
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Francesco Brandi

Funzionario presso Agenzia delle Entrate, Direzione centrale affari legali e contenzioso; dottorando in diritto tributario pressa la facoltà di Giurisprudenza dell'Università "La Sapienza" di Roma.

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