L’ambito di applicazione del regime di solidarietà negli appalti/subappalti

di Mirco Gazzera CommentaIn Iva, Manovre Fiscali

Il presente intervento è dedicato all’analisi dell’ambito di applicazione dello specifico regime di solidarietà riguardante gli appalti.

Tale regime, introdotto dall’articolo 35 del Decreto Legge numero 223 del 4 luglio 2006, è stato oggetto di ben due interventi normativi nel corso del 2012.

In particolare, il Decreto Legge numero 16 del 2 marzo 2012 ha dapprima esteso il regime di responsabilità solidale anche al committente ampliando, inoltre, l’ambito di applicazione all’Iva dovuta sulla prestazione.  Successivamente, con l’articolo 13 bis del Decreto Legge numero 83 del 22 giugno 2012 (come convertito con modificazioni dalla Legge numero 134 del 7 agosto 2012), il Legislatore ha nuovamente modificato la disciplina, eliminando la responsabilità solidale in capo al committente e “ripristinando” per quest’ultimo la sanzione amministrativa in caso di inosservanza degli “obblighi di verifica”, già presente nella disciplina originaria del Decreto Legge numero 223 del 2006, abrogata nel 2008 dal Decreto Legge numero 97.

 Ambito di applicazione : il contratto d’appalto

L’ambito di applicazione del regime di solidarietà (per l’appaltante) e sanzionatorio (per il committente) presuppone che l’attività:

– rientri nell’ambito di un contratto di appalto o subappalto di opere o di servizi;

– sia rilevante ai fini Iva o, in ogni caso, relativa ad un contratto concluso da un soggetti Ires (società di capitali, enti commerciali e non, società ed enti non residenti) o da Stato, regioni, comuni ed altri enti indicati all’articolo 74 del Tuir.

 

Si precisa, inoltre, che sono escluse dalla disciplina le “stazioni appaltanti”, come definite nel “Codice dei contratti pubblici” (Decreto Legislativo numero163 del 12 aprile 2006).

Il primo requisito indicato è quello che ha creato maggiori difficoltà agli imprenditori, sia per le comprensibili ridotte competenze giuridiche possedute, sia per la difficoltà oggettiva di qualificare “nel concreto” i contratti conclusi, stante l’affinità del contratto di appalto con altri contratti tipici. Questo post è dedicato a chiarire la nozione giuridica di appalto e le differenze rispetto ad altre forme contrattuali.

L’appalto è definito dall’art. 1655 del codice civile come: “Il contratto col quale una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di una opera o di un servizio verso un corrispettivo in danaro”. La caratteristica distintiva dell’appalto è rappresentata dal fatto che l’appaltatore offre al proprio cliente (l’appaltante) un’organizzazione di mezzi, costituita da fattori produttivi materiali (attrezzature, materie prime, etc.) e dal lavoro, necessari per  realizzare un’opera o un servizio in base alla specifiche fornite dal cliente. Nell’appalto, quindi, il titolare dell’impresa può non intervenire nella realizzazione dell’opera o del servizio, limitandosi ad organizzare i mezzi necessari ed il lavoro dei suoi dipendenti. Un classico contratto di appalto è quello riguardante le impresa di pulizie.

Chiariti i tratti distintivi del contratto di appalto, è possibile distinguerlo:

– dal contratto d’opera, che si realizza, in base al disposto dell’articolo 2222 del codice civile: “Quando una persona si obbliga a compiere verso un corrispettivo un’opera o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente …”. In tale contratto il prestatore offre al proprio cliente il lavoro proprio, coadiuvato eventualmente da quello dei suoi familiari, e non il semplice coordinamento del lavoro dei propri lavoratori dipendenti. In detto contratto l’opera viene realizzata direttamente o in misura prevalentemente dal prestatore. Si pensi alle professioni intellettuali (dottore commercialista, avvocato, architetto, notaio, geometra, etc.) o ad altre prestazioni nelle quali le competenze del prestatore sono fondamentali (es. l’attività di un grafico o di un designer).

– dalla vendita di cosa futura, nella quale il venditore offre al cliente dei beni standard, che devono essere ancora prodotti, ma che non sono realizzati sulla base di specifiche fornite dal cliente, come avviene nel contratto di appalto. Un tipico contratto di vendita di cosa futura può essere rappresentato da quello con il quale il costruttore di una palazzina vende ai propri clienti, prima che il fabbricato sia realizzato, un appartamento.

– dal contratto di somministrazione, definito dall’articolo 1559 del codice civile, come “Il contratto con il quale una parte si obbliga, verso corrispettivo di un prezzo, a eseguire, a favore dell’altra, prestazioni periodiche o continuative di cose”. Tale contratto si distingue dall’appalto, sia per il carattere continuativo della prestazione, sia perché può riguardare solo la consegna di beni e non la realizzazione di un servizio. Rientrano nell’ambito della somministrazione i contratti di utenza (energia elettrica, etc.) o quelli con i quali si stabilisce che il fornitore consegnerà a scadenza prestabilite un certo ammontare di beni (es. le forniture di caffè ai bar).

 

Vedi anche:

La responsabilità solidale del Committente/Appaltatore nei contratti di appalto

Autocertificazione sulla responsabilità solidale negli appalti di opere e servizi

 

 


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Mirco Gazzera

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Dottore commercialista e attualmente vive e lavora a Savona. Diplomato all'istituto tecnico commerciale "P. Boselli" di Savona, ha conseguito la laurea triennale in "Economia aziendale" e la laurea specialistica in "Attività professionali, amministrazione, finanza e controllo", presso la facoltà di economia dell’università di Genova. Nel dicembre 2011 ha conseguito il master in "Diritto tributario", diretto dai presso la facoltà di giurisprudenza dell'università di Genova. www.parerefiscaletributario.it

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