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Nautica da diporto

Nautica da diporto 2018

Il Nuovo Codice Nautico e gli aspetti civili e fiscali che ruotano intorno al diporto nautico

Dalla prefazione a cura di Sara Manfuso all'e-book La Nautica da diporto -   autori Lorenzo Sacchetti e Daniela Parisi

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Parlare di diportismo significa discutere di un ambito economico che coinvolge non soltanto il mondo del lusso, ma anche l’utilizzo di imbarcazioni per finalità ricreative e che interessa un settore produttivo con un forte indotto occupazionale e imprenditoriale.

Le integrazioni al Codice della nautica da diporto recate dal recente D.Lgs. n. 229/2017 appaiono idonee a garantire il rilancio del settore nel suo insieme in un momento importante per la nautica da diporto che, proprio nell’ultimo periodo ha fatto registrare forti segnali di ripresa.

Ad ogni modo, assumono rilievo quei segnali che il Legislatore indirizza verso talune delicate tematiche che, più delle altre, si pongono in un’ottica di assoluto interesse rispetto alla tutela dei diritti delle fasce più deboli.

Mi riferisco alla circostanza che il citato provvedimento, armonizzando e coordinando il quadro legislativo nazionale alle previsioni della Convenzione europea sui diritti dei disabili ratificata in Italia con Legge n. 18/2009, si pone l’obiettivo di soddisfare le esigenze, più volte manifestate dagli operatori del settore e dai diportisti, di previsione nell’ambito delle strutture ricettive della nautica di un numero congruo di accosti per il transito e di ormeggi riservati o comunque con priorità di utilizzo in favore delle persone con disabilità.

L’accessibilità alle bellezze naturali del nostro Paese, allo sport, al diritto di godere autonomamente e scientemente del tempo da parte delle persone con disabilità è non solo un dovere, ma un comportamento ormai ineludibile dello Stato-comunità.
Altro aspetto che mi preme rilevare afferisce alla circostanza che la Nautica da diporto costituisce senz’altro una occasione lavorativa, imprenditoriale di assoluto pregio e interesse anche per il mondo femminile in grado di garantire occupazione e contribuire a ridurre il gap di genere che ancora connota il nostro Paese, dove la partecipazione delle donne al lavoro, pur in aumento negli ultimi decenni, è inferiore a quella maschile.

Proprio sulla specifica questione, vale la pena di sottolineare come la Commissione europea, nell’ambito del programma di ricerca e innovazione dell’Unione europea, denominato Horizon 2020, abbia affermato a chiare lettere come la blue economy sia un settore prioritario e centrale per la crescita sostenibile nel comparto nautico e delle economie del mare su cui occorre investire puntando e sostenendo iniziative innovative con particolare attenzione proprio ai giovani e alle donne imprenditrici.

Tale affermazione purtroppo, rileva la stessa Commissione, si pone come conseguenza della rilevata esistenza, ancora oggi, di uno squilibrio di genere che caratterizza la maggior parte dei settori marittimi. Poche donne sono attratte dal lavorare in quello che tradizionalmente è visto come il mondo di un uomo. Ciò, nonostante vi siano importanti esempi di segno contrario, come ad esempio il progetto Generation BALT che ha visto impegnata la dott.ssa Eva Errestad, laureata in biologia marina, della quale mi piace riportare le seguenti affermazioni: “All'epoca avevo un lavoro non specializzato, part-time al di fuori del mio campo marittimo. Ho pensato che questa era la mia ultima possibilità di fare qualcosa con la mia laurea. Il corso mi ha dato una chiave per tornare in attività e mi ha dato la fiducia necessaria per candidarmi a un posto dove non avrei nemmeno osato candidarmi.”.

Orbene, abbiamo bisogno di un ulteriore slancio in tale direzione perché in linea con aspirazioni e bisogni delle donne, il contesto della nautica può essere sicuramente in grado di riconoscere e valorizzare capacità e talenti oggi trascurati e garantire relazioni di genere eque, rapporti più efficaci e armoniosi tra le varie sfere di attività, fra vita personale e lavoro.
In Italia il ruolo della donne come imprenditrici, espresso da circa 1.300.000 imprese a guida femminile, riesce a produrre un impatto occupazionale di quasi 3 milioni di occupati (intesi come l’insieme degli addetti dipendenti, indipendenti e coadiuvanti familiari), pari al 3,4% dell’occupazione complessiva nazionale nelle imprese. Si tratta di un valore di assoluto rilievo se consideriamo il particolare momento di crisi del mercato del lavoro, contraddistinto da una disoccupazione che si è innalzata negli ultimi anni su livelli mai toccati nei passati decenni.

Il quadro che si prospetta è sicuramente incoraggiante, in quanto la partecipazione femminile è in crescita e il gap fra i due generi tende a diminuire, ma una presenza maggiore di donne nella governance, e più in generale nel management, dovrebbe essere di interesse per tutte le imprese, a prescindere dagli interventi normativi, considerato che – come mostrano recenti ricerche la diversità di genere nelle posizioni di “comando” permetterebbe di ottenere performance organizzative migliori e performance economiche superiori.
Per promuovere ulteriormente la crescita della leadership femminile è necessario quindi un ulteriore affinamento delle politiche a favore dell’indifferenza di genere.

A cura di Sara Manfuso, Presidente dell’Associazione #IOCOSI

 

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