Trust simulato: valido il sequestro conservativo dei beni

di Paolo Soro CommentaIn Trust e Patrimoni

Nel caso in cui il disponente mantenga di fatto il controllo dei beni conferiti, il trust (in questo caso siamo in presenza di un trust simulato o fittizio) è inefficace ed è legittimo il sequestro conservativo (ex art. 316 CPP).
Questa, la principale motivazione con cui la Cassazione (Sentenza del 7 novembre 2014 n. 46137) ha confermato l’ordinanza di sequestro disposta a carico dei beni di famiglia di un soggetto indagato per bancarotta fraudolenta.

La vicenda
Il fatto ha origine col sequestro conservativo disposto dal GIP su alcuni immobili che, nel 2008, erano stati conferiti in un trust, il cui settlor, indagato per reati di bancarotta fraudolenta relativamente a due SRL da lui amministrate e poi dichiarate fallite nel 2012, si era anche riservato la qualifica di trustee, nonché beneficiario insieme ai propri familiari.

Il Tribunale, con ordinanza del 14 marzo 2014, aveva rigettato la richiesta di riesame e confermato il sequestro. Contro tale provvedimento, l’imputato aveva presentato ricorso in Cassazione, eccependo: con un primo motivo, che i beni sottoposti a sequestro non erano collegati al procedimento penale e il credito non poteva essere fatto valere nei confronti del trust; con seconda motivazione, la violazione dell’art. 2 della Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, in quanto il trust era stato ritenuto inefficace per la mera coincidenza tra disponente e beneficiario, senza compiere ulteriori azioni.

La Cassazione – Sezione V Penale, con sentenza 46137 del 7 novembre 2014, ha rigettato il ricorso e confermato il provvedimento di sequestro.
La Corte, fondamentalmente, ha rilevato come: “Il trust, tipico istituto di diritto inglese, si sostanzia nell’affidamento a un terzo di determinati beni perché questi li amministri e gestisca quale proprietario (nel senso di titolare dei diritti ceduti) per poi restituirli, alla fine del periodo di durata del trust, ai soggetti indicati dal disponente. Presupposto coessenziale alla stessa natura dell’istituto è che il detto disponente perda la disponibilità di quanto abbia conferito in trust, al di là di determinati poteri che possano competergli sulla base delle norme costitutive. Tale condizione è ineludibile al punto che, ove risulti che la perdita del controllo dei beni da parte del disponente sia solo apparente, il trust è nullo (sham trust) e non produce l’effetto segregativo che gli è proprio”.

Nel caso di specie, l’indagato, nella sua veste di trustee: “Continuava ad amministrare i beni, conservandone la piena disponibilità (oltre a essere, insieme alla madre e ai familiari, beneficiario)”. Risultava, dunque, evidente la simulazione dell’atto istitutivo del trust: “Come mero espediente per creare un diaframma tra patrimonio personale e proprietà costituita in trust, con evidente finalità elusiva delle ragioni creditorie di terzi, comprese quelle erariali”.

Considerazioni
La pronuncia della Suprema Corte appare pienamente condivisibile.
Il trust è un istituto di origine anglosassone (common law) che non ha una disciplina civilistica interna, ma trova legittimazione a seguito dell’adesione dell’Italia alla Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, ratificata con la legge 16 ottobre 1989 n. 364, ed entrata in vigore il 1° gennaio 1992. Con tale adesione, lo Stato italiano si obbliga a riconoscere i trust che presentino gli elementi essenziali prescritti dall’art. 2 della Convenzione; ovverossia:
– i beni vincolati nel trust sono una massa distinta e non sono parte del patrimonio del trustee;
– i beni vincolati nel trust sono intestati al trustee (o ad altro soggetto per suo conto);
– il trustee è tenuto ad amministrare, gestire e disporre dei beni in trust secondo le indicazioni dettate nell’atto istitutivo e nel rispetto della legge.

Il trust può essere definito, pertanto, come quel rapporto giuridico che sorge per effetto della stipula di un atto tra vivi o di un testamento, con cui un soggetto (settlor o grantor o disponente), trasferisce a un altro soggetto (trustee o amministratore del trust – in genere una trust company), beni e/o diritti con l’obbligo di amministrarli nell’interesse di uno o più beneficiari, ovvero per il perseguimento di uno scopo determinato, sotto l’eventuale vigilanza di un terzo (protector o guardiano), secondo le regole dettate dal disponente nell’atto istitutivo del trust e dalla legge regolatrice dello stesso (quasi sempre, la legge di Jersey). L’atto istitutivo, di regola, prevede che, alla scadenza del trust, il fondo in trust venga trasferito ai beneficiari ivi indicati.

Caratterizzato, dunque, come espresso anche dall’Agenzia delle Entrate (circolare 48E/2007), da una dual ownership (doppia proprietà), che risulta essere, ai fini dell’amministrazione, in capo al trustee, e ai fini del godimento, in capo ai beneficiari, il trust esprime un concetto di proprietà atipico rispetto a quello in uso nei Paesi civil law. In sostanza, mentre la titolarità del diritto di proprietà è piena, l’esercizio di tale diritto risulta, viceversa, limitato al perseguimento dei soli scopi indicati nell’atto istitutivo.

Con specifico riguardo allo sham trust, poi, occorre premettere che il termine “sham” (finto, fasullo) comparve inizialmente in ambito giuridico a seguito di una pronuncia della Court of Appeal inglese del 1967 (non in tema di trust, ma in materia di “sale and lease back”), per indicare un atto compiuto al fine di ingenerare nei terzi il convincimento che tra le parti fosse stata pattuita una determinata obbligazione contrattuale, differente rispetto a quella effettiva. Con uno “sham contract”, dunque, i contraenti pongono in essere un atto simulato che, nel caso in cui pregiudichi gli interessi dei terzi, comporta una declaratoria di nullità. Occorrerà, in proposito, non limitarsi alla volontà – per così dire – “ufficiale” indicata nell’atto, ma avere riguardo alle circostanze che hanno prodotto tale volontà e, soprattutto, all’effettivo comportamento successivamente tenuto nello svolgimento dei rapporti negoziali. Orbene, per quanto concerne in particolare lo sham trust, queste tipologie di atti sono stati dichiarati simulati (e, quindi, nulli o invalidi o comunque inefficaci), allorquando il disponente aveva mantenuto (per clausole istitutive, o anche successivamente mediante le “letters of wishes” – lettere dei desideri) un controllo rilevante sull’attività compiuta dal trustee, potendosi su tali basi argomentare che, di fatto, non vi era stato un effettivo spossessamento del patrimonio, ma si era perseguito l’unico fraudolento scopo di eludere i diritti dei terzi legittimari sul patrimonio del disponente.

L’istituto del trust assume un’importanza fondamentale nella gestione di varie necessità familiari e societarie, rispondendo a problematiche personali ed economiche assolutamente degne di tutela giuridica e ponendo riparo a taluni vuoti legislativi. Peraltro, è evidente come, proprio per garantire tali effetti e porre definitivamente fine a una – ancora parzialmente esistente – “demonizzazione” dell’istituto (perlomeno, in Italia), appaia necessario colpire chi cerchi di farne, coscientemente o per pura incapacità/ignoranza, un uso distorto e illecito.

Nella fattispecie in argomento, il settlor, addirittura, si era auto-nominato pure trustee e beneficiario del trust, laddove, anche la semplice statuizione di sostanziali poteri di controllo sull’operato di un trustee terzo, sarebbe stata sufficiente a ipotizzare uno sham trust (ossia, un trust simulato o comunque interposto), non rispettando, tali previsioni costitutive, la Convenzione dell’Aja.

In conclusione, dunque, a parere di chi scrive, il comportamento dei giudici è risultato essere, nel caso concreto, del tutto esente da critiche.

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Paolo Soro

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