Trust inefficace se in danno ai creditori Sentenza Tribunale di Bologna del 2015

Trust inefficace se in danno ai creditori

di Paolo Soro CommentaIn Commenti Giurisprudenza e Prassi, Trust e Patrimoni

Gli atti di dotazione del fondo in trust eseguiti con lo scopo di eludere le pretese di un credito, anche se non ancora definito, sono inefficaci nei confronti dei potenziali creditori.

Diamo conto della Sentenza del Tribunale di Bologna (in composizione monocratica) N. 1357/2015, pubblicata il 23.04.2015, in materia di trust, con la quale viene affermata l’inefficacia degli atti di dotazione del fondo, laddove si verifichino i presupposti per proporre l’azione revocatoria ordinaria, ancorché le ragioni del credito non siano state ancora accertate giudizialmente.

La vicenda coinvolge l’amministratore delegato di una società dichiarata fallita, contro il quale il curatore aveva proposto l’azione di responsabilità. L’ex consigliere aveva contestato la richiesta risarcitoria e, nelle more di tale giudicato, aveva istituito un trust, disponendo nel fondo l’intero suo patrimonio (immobili e partecipazioni).

Il trustee nominato era una trust company di diritto statunitense della quale, lo stesso disponente risultava essere procuratore. Lo scopo dichiarato era quello di garantire al medesimo settlor ogni eventuale assistenza sanitaria, nonché consentirgli di mantenere inalterato il suo precedente tenore di vita. I beneficiari indicati erano: ancora il disponente e, in ipotesi reddituale, la madre e il fratello.

Il Tribunale rileva che, per quanto l’istituto del trust abbia trovato nell’Ordinamento interno piena legittimazione con la Legge 364/1989 che ha ratificato la Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, nel caso di specie siamo di fronte a un trust in cui vi è:

1. sostanziale coincidenza del disponente col trustee e con il beneficiario del fondo;
2. il beneficiario dei frutti, di fatto, è ancora il disponente;
3. natura gratuita dell’atto di trust, da identificarsi con riguardo alle persone dei beneficiari, il cui diritto non risulta essere sottoposto ad alcun vincolo o condizione;
4. lo scopo del trust non può essere considerato degno di tutela, posto che l’intento del disponente parrebbe esclusivamente quello di voler segregare il suo patrimonio, mettendolo al riparo dalle potenziali pretese creditorie.

Come abbiamo avuto già modo di precisare in precedenti occasioni, il trust è uno strumento giuridico importantissimo, che consente di raggiungere dei risultati di straordinaria valenza, non perseguibili attraverso altre strade. Ciononostante, vi sono alcune considerazioni di carattere generale da cui non può prescindersi:

a. non si può pensare di utilizzare il trust come istituto che consenta di evitare di far fronte a situazioni debitorie senza vedere intaccato il proprio patrimonio; al riguardo, si rammenta che se, poi, si dovesse trattare di debiti nei riguardi dello Stato, si incorrerebbe anche nel reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte;
b. a seconda della normativa istituiva scelta (esempio, nel caso della Legge di Jersey, che tutt’ora risulta essere la più utilizzata), non è vietato per il disponente assumere anche la qualifica di trustee e di beneficiario; ma è chiaramente inopportuno e fortemente sconsigliato, avuto anche riguardo a quanto più volte espresso in proposito, sia dalla Giurisprudenza di Merito, che da quella di Legittimità;
c. l’errore fondamentale in cui la maggior parte dei disponenti continua sistematicamente a incorrere è quello di pensare al trust come semplice atto che consenta loro di segregare i beni: detto fatto è solo l’effetto del trust; ma non potrà mai esserne la causa.

Ritornando alla pronuncia in esame, il Tribunale, correttamente, rappresenta come, pur essendo il trust istituto di per sé legittimo, sia proprio la stessa Convenzione dell’Aja, nell’art. 15, a precisare che la legge disciplinante il trust non possa essere di ostacolo alle applicazioni delle disposizioni inderogabili della lex fori, tra le quali rientrano, per espressa previsione, le norme in materia di protezione dei creditori in caso di insolvenza.

Conseguentemente, occorre verificare se, nella concreta fattispecie, esistano tutti i requisiti richiesti dal Codice Civile perché possa essere esperita l’azione revocatoria ordinaria. In dettaglio, detti requisiti sono tre:

I) l’esistenza di un valido rapporto di credito tra il creditore che agisce in revocatoria e il debitore disponente;
II) l’effettività del danno, inteso come lesione della garanzia patrimoniale a seguito del compimento da parte del debitore dell’atto traslativo;
III) la ricorrenza, in capo al debitore (ed eventualmente, in capo al terzo), della consapevolezza che, con l’atto di disposizione, venga a diminuire la consistenza delle garanzie spettanti ai creditori.

Tutte e tre tali condizioni sono assolutamente presenti nella fattispecie per cui è causa.
In particolare:

– quanto al primo punto, viene precisato che l’azione può essere fatta valere anche con riferimento a un credito condizionale, non scaduto, eventuale o (come nel caso concreto) litigioso, posto che, qualora, successivamente, il creditore veda negata la sua facoltà, gli effetti sostanzialmente si risolvono;
– quanto alla lesione della garanzia patrimoniale, pare immediata in atti, atteso che il disponente, con l’istituzione del trust, ha conferito nel fondo in trust tutti i suoi beni, liberandosene formalmente (seppur continuando, de facto, a gestirli tramite interposta persona e a goderne i frutti), con l’intento di segregarli e proteggerli dalle pretese dei creditori;
– quanto, infine, al terzo punto, la consapevolezza è insita proprio in quanto appena dedotto nel precedente capo: è evidente che, con la totale disposizione dei suoi beni, il debitore era ben consapevole di diminuire la consistenza patrimoniale (in concreto, completamente azzerata).

Precisa, inoltre, il Tribunale che, come più volte ribadito dalla Corte di Cassazione (2597/2001, 438/2002, 2748/2005, 15389/2005, 17867/2007), la prova della conoscenza del pregiudizio da parte del debitore ben può essere fornita, trattandosi di un atteggiamento soggettivo, anche tramite presunzioni, il cui apprezzamento è devoluto al Giudice di Merito ed è incensurabile in sede di Legittimità, se adeguatamente motivato e immune da vizi logici e giuridici.

Conclude, dunque, il Tribunale nel dichiarare l’inefficacia dell’atto di disposizione dei beni nel fondo in trust, ai sensi dell’art. 2901 del Codice Civile, e disponendo che il competente Conservatore dei Registri Immobiliari provveda alle conseguenti annotazioni ex art. 2655 del Codice Civile.

Particolarmente rilevante, nel caso, risulta essere, poi, la condanna integrale al pagamento delle spese (che seguono la soccombenza del giudizio), liquidate in euro 10.000,00, oltre a oneri, imposte e accessori di legge: quasi un monito verso tutti coloro che cerchino di fare i “furbi”, stipulando degli atti palesemente simulati.

A parere di chi scrive, la decisione appare esente da critiche: inevitabile conseguenza laddove vengano istituiti dei trust in maniera davvero maldestra, oltre che privi di motivi realmente meritevoli di tutela giuridica, spinti dal solo spudorato intento di segregare il proprio patrimonio per metterlo al riparo da pretese creditorie già note (anche laddove, come appena evidenziato, trattasi di crediti non ancora giudizialmente determinati).

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Paolo Soro

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