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Rassegna Stampa Pubblicato il 08/02/2021

Riforma fiscale: a rischio il Regime Forfetario

di Dott. Salvo Carollo

Tempo di lettura: 3 minuti
forfettari 2020

L’Ufficio parlamentare di bilancio, ascoltato in audizione, propone la sostituzione del Regime Forfetario con la mai realizzata IRI

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La traballante situazione politica non frena i lavori parlamentari su quella che dovrebbe essere la prossima riforma fiscale.

È il turno di Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, abbreviato in UPB, il quale, in audizione presso la VI Commissione Finanze della Camera dei Deputati e la VI Commissione Finanze e tesoro del Senato della Repubblica, presenta il suo punto di vista con una ricca esposizione.

L’UPB inizia parlando di numeri. Le risorse stanziate dalla Legge di bilancio per la riforma, nel triennio 2021-2023, ammontano a una cifra compresa tra i 7 e gli 8 miliardi di euro, di cui tra i 5 e i 6 già impegnati per l’assegno unico per i figli a carico; quel che resta “non è sufficiente a finanziare gli obiettivi indicati nei documenti di bilancio”.

Molte sono le proposte messe sul tavolo dall’ufficio al fine di aumentare le risorse a disposizione, necessarie per raggiungere i nebulosi obiettivi previsti dal governo dimissionario sul tema, ma con pochi profili di novità: la riorganizzazione delle aliquote IRPEF, la revisione del catasto, lo sfoltimento dei bonus fiscali e una maggiore efficacia delle politiche di contrasto all’evasione.

Punti programmatici che tornano in discussione periodicamente, ma che poi, nella pratica hanno difficoltà a realizzarsi in qualcosa di concreto, specialmente per quanto riguarda il contrasto all’evasione.

In particolare viene criticato l’eccessivo uso dei bonus fiscali, tra i quali spiccano quelli edili per entità e onerosità, perché non rappresenterebbero modalità di redistribuzione del reddito tra i contribuenti, in quanto, secondo i dati presentati dall’ufficio, maggiormente utilizzati dai contribuenti più abbienti.

Sul tema, in un certo qual modo, sorprende il tenore dell’analisi. Appare evidente come i governi che si sono succeduti, delle più diverse estrazioni, abbiano egualmente utilizzato l’incentivazione fiscale come leva per sostenere specifici settori dell’economia o specifiche fasce di contribuenti, per motivazioni che appaiono estranee all’equità redistributiva.

Ma l’intervento dell’UPB non si limita a questo. Il vero punto saliente, che non mancherà di fare discutere, per quello che rappresenta per una larga fascia di popolazione, è la riflessione sulla forma attuale del regime forfetario.

Secondo l’ufficio, a causa del suo ampliato limite a 65 mila euro di ricavi, “tale regime […] non si configura come un'agevolazione a soggetti con attività professionale o di impresa marginale e non strutturata, ma come una vera e propria detassazione che riguarda il 60% dei lavoratori autonomi e imprenditori individuali e questo crea iniquità. In alternativa a questo regime viene riproposta la mai nata IRI (Imposta sul Reddito d’Impresa), una sorta di estensione a tutti i percettori di reddito d’impresa dell’attuale IRES, secondo un meccanismo duale che dovrebbe portare a tassazione prima il reddito di impresa prodotto, con aliquota costante, e poi l’ammontare percepito, con aliquota progressiva.

Un meccanismo così strutturato risolverebbe alcune storture, come il sempre più frequente utilizzo di società di capitali come se fossero delle ditte individuali, ma non risponderebbe affatto all’esigenza primaria che ha portato al successo il regime forfetario, che non è tanto la sua presunta convenienza, quanto il fatto che i contribuenti che lo utilizzano sono liberati dall’insostenibile carico burocratico che invece affligge la generalità delle imprese italiane.

Quanto alla presunta convenienza del regime forfetario, sarà necessario puntualizzare che l’imposta sostitutiva prevista, con una aliquota del 15%, viene calcolata su una base imponibile costituita dai ricavi realizzati dal contribuente, decurtati di una percentuale forfettariamente determinata di costi (che il più delle volte non è sufficiente a coprire i costi effettivamente sostenuti); l’unica deduzione possibile è quella per il versamento di contributi previdenziali, come per gli omologhi in regime ordinario, ma il contribuente forfettario non può usufruire di detrazioni e non gode di una no tax area, a differenza di chi è soggetto a IRPEF. Questo fa sì che, specialmente per i redditi più bassi, tale regime non sia più conveniente del regime ordinario, se non per la sua già citata leggerezza burocratica.

Al contrario, il vero limite di questo regime fiscale è che, con una aliquota costante priva di una fascia di non imponibilità, l’imposta sostitutiva così determinata non risponde al richiamo costituzionale in tema di progressività.

Fonte: Italia Oggi


TAG: Attualità

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