La modifica dell’articolo 54, comma 1, del TUIR, introdotta lo scorso anno, comincia ora a dispiegare i suoi primi effetti operativi, in particolare nel passaggio tra il 2025 e il 2026.
È proprio in questa fase di transizione che i professionisti si trovano a confrontarsi con le novità in tema di imputazione temporale dei compensi percepiti, con implicazioni che, pur mirando a una maggiore coerenza tra quanto dichiarato dai sostituti d’imposta e quanto riportato in dichiarazione dai professionisti, comportano non pochi interrogativi interpretativi e nuovi adempimenti pratici.
La norma, nella sua attuale formulazione, dispone che: «Le somme e i valori in genere percepiti nel periodo di imposta successivo a quello in cui gli stessi sono stati corrisposti dal sostituto d’imposta si imputano al periodo di imposta in cui sussiste l’obbligo per quest’ultimo di effettuazione della ritenuta».
In altre parole, i compensi incassati dal lavoratore autonomo, ad esempio nel gennaio 2026, ma pagati dal committente alla fine di dicembre 2025 (momento in cui questi ultimi hanno anche effettuato la ritenuta), saranno considerati redditi del 2025.
Ciò rappresenta un evidente scostamento dal principio di cassa puro, che fino ad ora ha governato la determinazione del reddito professionale.
La ratio della novella normativa appare chiara: uniformare il momento della rilevanza fiscale dei compensi tra il sostituto d’imposta e il percipiente, di modo da evitare le migliaia di lettere di compliance che l’Agenzia delle Entrate ogni anno invia ai lavoratori autonomi per segnalare discrepanze tra le Certificazioni Uniche e le dichiarazioni dei redditi.
Una mole imponente di verifiche, richieste di chiarimenti, documentazioni da trasmettere, che spesso si risolve in un nulla di fatto perché le incongruenze non nascondono evasione, ma derivano solo da scarti temporali fisiologici nella contabilizzazione dei compensi.
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