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Rassegna Stampa Pubblicato il 10/06/2021

Licenziamento collettivo e risoluzioni consensuali: la Cassazione cambia idea

Tempo di lettura: 4 minuti
cassazione sentenza

SI ribalta l'orientamento recente: le risoluzioni consensuali non si conteggiano nel numero complessivo che prevede l'obbligo di procedura per licenziamento collettivo

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Le risoluzioni consensuali non si conteggiano nel numero complessivo che prevede l'obbligo di procedura sindacale per licenziamento collettivo.

Lo afferma la Cassazione in una sentenza che ribalta l'orientamento recente , che era  supportato anche dalla Corte di giustizia europea. Si  aggiunge  cosi un ulteriore elemento di incertezza e  complicazione in una stagione in cui i  licenziamenti collettivi stanno per tornare purtroppo molto attuali .  Vediamo meglio di seguito:

  1. il contenuto nella nuova sentenza sulle risoluzioni consensuali non conteggiate ai fini del licenziamento collettivo  e 
  2. l confronto con la precedente decisione per cui la risoluzione consensuale motivata da cambiamenti organizzativi nel lavoro  rientra  nella casistica del  licenziamento collettivo

Licenziamenti dopo riorganizzazione  - Cassazione n. 15401 del 20 luglio 2020

Questo giudizio  riguardava un lavoratore licenziato per giustificato motivo oggettivo per una riorganizzazione della realtà aziendale , il quale  che  ne aveva contestato  la natura solo verbale e la natura ritorsiva

 Sia il Tribunale che la Corte di Appello di Milano avevano rigettato il ricorso del lavoratore    avendo verificato l'effettiva esigenza economica dell'azienda nella riorganizzazione e esternalizzazione delle mansioni  e anche l'impossibilità di repechage  in altre posizioni lavorative. 

La Suprema Corte  respinge le motivazioni legate a questo aspetto mentre accoglie la contestazione del ricorrente sul fatto che il recesso è illegittimo in quanto non rispettoso  della procedura di  licenziamento collettivo . Nel sesto motivo di ricorso  il lavoratore aveva infatti segnalato  che nello stesso periodo si era verificato il  caso di dimissioni  di una collega per mancata accettazione del trasferimento che rientra  tra le fattispecie che devono essere conteggiate per la definizione di procedura collettiva  ,  per cui in azienda erano stati raggiunti i limiti di 5 licenziamenti in 120 giorni che  fanno scattare specifiche regole procedurali, non rispettate però dall'azienda.

La Cassazione afferma infatti che " alla luce di una corretta interpretazione dell'articolo 1, paragrafo 1, primo comma,lettera a) della Direttiva 98/59/CE del Consiglio del 20 luglio 1998 rientra nella nozione di «licenziamento» il fatto che un datore di lavoro  proceda, unilateralmente e a svantaggio del lavoratore, ad una modifica sostanziale degli elementi essenziali del contratto,  per ragioni non inerenti alla persona del lavoratore stesso, da cui consegua la cessazione del contratto di lavoro, anche su richiesta dal lavoratore medesimo (Corte di Giustizia UE 11 novembre 2015 in causa C-422/14, p.ti da 50 a 54)".  Per  questo motivo, dice la Cassazione accogliendo il ricorso,  la Corte territoriale ha violato il superiore principio di diritto nell'escludere la  rilevanza, ai fini del computo dei lavoratori determinanti la configurabilità di un  licenziamento collettivo, di "alcune ... risoluzioni consensuali"  derivanti "dalla mancata  accettazione di un trasferimento" .

Risoluzione consensuale  - Cassazione n. 15118 2021 

Nella sentenza n. 15118/2021  la Cassazione afferma invece che non costituiscono  licenziamento collettivo i  5 recessi conclusi  con la risoluzione consensuale  raggiunta in sede protetta, a seguito di  licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo 

Il caso riguardava una dipendente assunta prima del Jobs act 2015 soggetta quindi  all'articolo 7 della legge 604/1966,  che richiede in caso di licenziamento economico, l'obbligo di un tentativo di conciliazione presso l'Ispettorato territoriale del lavoro

La lavoratrice contestava le  pretese ragioni oggettive   addotte dalla societa per il suo licenziamento  e  affermava che nello stesso periodo inferiore a 120 giorni si erano verificate molte altre risoluzioni consensuali e licenziamenti per cui sarebbe stata necesaria l'attivazione di una procedura di licenziamento collettivo.

 Il suo ricorso veniva respinto dal tribunale mentre la Corte d'appello di Trieste, qualificava il licenziamento come licenziamento collettivo ed accertava l'illegittima omissione della procedura di cui all'art. 24, co.1 quinquies L. n. 223\91. La s.p.a.era stata condannata a pagare alla lavoratrice un'indennità pari a 18 mensilità dell'ultima retribuzione globale quantificata in Euro 150.080,76 lordi, piu le spese del doppio grado di giudizio

L'azienda si appellava in cassazione affermando che nell'arco di 120 giorni  sarebbero avvenuti non già dei licenziamenti ma solo delle dichiarazioni dell'intenzione di licenziare ex art.7 L.n.604\66. 

La Cassazione sorprendentemente accoglie il ricorso  riconoscendo che  l'intenzione di procedere al licenziamento per motivo oggettivo  al fine dì intraprendere la nuova procedura di compensazione (o conciliazione) dinanzi alla DTL, non può  ritenersi di per sé un licenziamento. 

Inoltre fornisce la propria interpretazione della Direttiva 98/59/CE del Consiglio del 20 luglio 1998 (in materia di licenziamenti collettivi) affermando che  nel numero minimo di cinque licenziamenti, ivi considerato come sufficiente ad integrare l'ipotesi del licenziamento collettivo, non possono includersi altre differenti ipotesi risolutorie del rapporto di lavoro, ancorché riferibili all'iniziativa del datore di lavoro (Cass. n.15401\20, Cass. n. 1334\07). 

Un tale giudizio è in totale contrapposizione con quanto sostiene il  ministero del Lavoro per  il quale ,  se vengono attivate più di 4 istanze di conciliazione secondo l'articolo 7 legge 604/66   si rientra nella procedura di licenziamento collettivo con relativi obblighi di informativa  e accordo con le rappresentanze sindacali 


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Fonte: Corte di Cassazione


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