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Primi dati dell’effetto Covid-19 sulle Start-up

di Giacomo Mele CommentaIn Attualità, Start-up Innovative, Testata

Il 26 giugno Startup Genome ha pubblicato un rapporto assai specifico – The Global Startup Ecosystem Report 2020 (GSER2020) – sul mondo delle Start up, analizzando diversi Paesi e soprattutto la crisi economica generata dal Covid-19.

Stando allo studio: nonostante prima della pandemia da coronavirus l’economia globale delle startup fosse grande, per un valore generato di quasi 3 trilioni di dollari – «una cifra alla pari con il PIL di un’economia del G7» -, ciò che non si poteva prevedere era proprio l’impatto del Covid-19 verso tali ecosistemi.

I dati raccolti sono allarmanti. Esempio evidente è stato il tasso di licenziamenti con ricadute del 33% sul personale delle singole aziende. Secondo infatti il rapporto di Startup Genome, quattro su dieci startup, ovvero circa il 40%, sono nella cosiddetta “red zone”, vale a dire avere 3 mesi o meno di liquidità, e quindi di vita, «nel senso che moriranno» qualora non riescano a raccogliere fondi aggiuntivi e le loro entrate e spese rimangano le stesse.

Ma quindi, come è penetrato il Covid-19 nel “DNA” delle start-up tanto da ridurne notevolmente il sistema economico e produttivo? Secondo lo studio, ci sono state due grandi “onde d’urto”: shock di capitale e domanda.

Shock di capitale: riguarda il fundraising process, che, a seconda dei casi, per “tre su quattro startup” è stato drammaticamente interrotto o annullato, oppure diminuito.

Domanda: dall’inizio della crisi innescata dal Covid-19 circa il 72% delle startup ha registrato un calo delle entrate.

Ma i dati maggiormente preoccupanti sono quelli che riguardano il personale delle start-up:

  • oltre il 60% delle startup ha licenziato o ridotto i dipendenti o gli stipendi;
  • circa il 31% ha ridotto i posti di lavoro in R&D (ricerca e sviluppo) e il 32% di tagli dei lavori nel Product Software (esempio i software engineers);
  • allo stesso modo, il 71% delle startup ha ridotto le proprie spese per un costo medio che taglia il 22%;

Il Global venture capital funding invece è diminuito circa del 20% dall’inizio della pandemia, creando effetti a catena in tutti gli ecosistemi.

Quale strategia allora si potrebbe adottare? Secondo gli studiosi, se le società nella red zone non cambieranno la loro situazione di cash flow e non riusciranno a raccogliere presto fondi aggiuntivi, «si piegheranno. La raccolta fondi è semplicemente più impegnativa ora».

Inoltre, analizzando i dati, la domanda che traspare dallo studio è evidente: ai governi conviene intervenire tramite politiche a favore di queste economie? Oppure lasciare che queste startup in crisi muoiano, seguendo la teoria di far sopravvivere le aziende forti lasciando cadere le imprese deboli?  

Gli studiosi credono che, se si verificasse la seconda ipotesi, vorrebbe dire sottovalutare il valore delle start-up. Questo comporterebbe quindi una minaccia per il futuro di tali Stati: «senza startup c’è meno innovazione nelle grandi aziende e nelle piccole e medie imprese (PMI)».

Ora, una notizia positiva sembrerebbe esserci e riguardare proprio le start-up italiane: sono infatti destinati alle start-up fondi di circa un miliardo di euro, grazie al piano industriale 2020-2022 di Cdp Venture Capital – Fondo Nazionale Innovazione chiamato “Dall’Italia per innovare l’Italia”, approvato lo scorso 23 giugno.

A tal proposito il Ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli ha definito il Venture Capital come “un’opportunità strategica per l’Italia”, ribadendo che diventerà “un asse portante dello sviluppo e dell’innovazione del Paese”.

Quello che infatti il Mise ed il Mef tentano di sviluppare, tramite i diversi decreti emessi durante il lockdown e successivamente, è tracciare una strada verso l’evoluzione del sistema (l’ecosistema delle startup), e la creazione di una sua crescita e mercato;  evidenza si ritrova nei seguenti articoli del Decreto Rilancio:

  • Art. 38 comma 2: 10 mln di euro destinati in agevolazioni tramite contributi a fondo perduto «finalizzate all’acquisizione di servizi prestati da parte di incubatori, acceleratori, innovation hub, business angels ed altri soggetti pubblici o privati operanti per lo sviluppo di imprese innovative».  
  • Art.38 commi 9-11: detrazione di imposta pari al 50% della somma investita dal presunto investitore nel capitale sociale per un eventuale Aucap; regime fiscale agevolato nei confronti solamente di persone fisiche che potrebbero investire in startup o PMI innovative, utile quindi per favorire il Capitale e la crescita dell’azienda.
  • Art. 46 comma 3: 200 mln di euro destinati proprio al Fondo di sostegno al Venture Capital per far fronte agli investimenti del capitale, anche mediante «l’erogazione di finanziamenti agevolati, la sottoscrizione di obbligazioni convertibili o altri strumenti finanziari di debito».

La “mossa” del Cdp Venture Capital sembrerebbe quindi accogliere il suggerimento emerso dallo studio di Start-up Genome. L’unico timore a rimanere potrebbe essere il rischio di una situazione che vedrebbe tali fondi investire in quelle start-up al di fuori della red zone.


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Giacomo Mele

Dott. Giacomo Mele, laureato in Filologia Moderna presso Università La Sapienza di Roma. Svolge attività di copywriter e redattore freelance, con particolare riferimento alle materie economiche e fiscali. Attualmente è anche responsabile amministrativo presso Fitprime.

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