I voucher nel no profit

di Fabio Naldoni 1 CommentoIn No Profit

Il lavoro accessorio nel terzo settore: come si applica agli enti no profit che non svolgono attività commerciali e sono privi di partita Iva

Limiti economici massimi

La regolamentazione del lavoro accessorio è stata un’ottima idea per rendere chiari e possibili tutti quei rapporti di lavoro che per le loro dimensionali sia temporali che dimensionali non avrebbero trovato altra possibilità di esistere.

Questo strumento ben si adatta al mondo del terzo settore per conciliare la legalità con situazioni di disagio che altrimenti non potrebbero essere alleviate.

E si concilia con realtà piccole, ma attive, che non potrebbero permettersi altro tipo di rapporti di lavoro.

L’augurio è quindi che la lotta, peraltro legittima ai fenomeni distorsivi dell’utilizzo di tale agile strumento non porti ad un appesantimento tale delle procedure che annulli di fatto i benefici in termini di emersione che il lavoro accessorio ha portato all’intero sistema.

Ora però possiamo soffermarci ad esaminare uno dei miglioramenti, perlomeno presunti, apportati al cosiddetto voucher, cioè l’aumento del limite economico massimo da 5.060 euro a 7.000 euro netti, che corrispondono a 9.333 euro.

Ovviamente tale limite fa riferimento al percipiente, cioè il massimo che un lavoratore può guadagnare in un anno civile dalla totalità dei datori di lavoro accessorio.

Esiste anche un altro limite riferito al singolo datore di lavoro, che trova una ovvia ragione di essere nella definizione stessa di questo tipo di rapporto che deve essere accessorio, e che quindi non ammette rapporti stabili dissimulati.

E’ un limite che però ha due parametri, differente a seconda che si parli di datori di lavoro privati o imprenditori.

La definizione della norma precisa che la prestazione resa nei confronti di ciascun imprenditore commerciale o professionista, fermo restando il limite dei 7.000 euro l’anno, non può comunque superare i 2.000 euro netti.

La sanzione, peraltro ancora da specificare nelle modalità e nelle conseguenze, è che il superamento di tale limite comporta la trasformazione del rapporto in un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Inoltre l’acquisto dei carnet di buoni, nel caso di imprenditori può avvenire soltanto attraverso modalità telematiche, mentre i committenti non imprenditori possono acquistare i buoni anche presso le rivendite autorizzate.

Ora sorge spontanea una domanda: le associazioni sono imprenditori?

Alcune associazioni svolgono una attività commerciale ben identificata, sono dotate del numero di partita iva e quindi hanno una configurazione imprenditoriale definita nello svolgimento di attività che affiancano la attività non commerciale al fine di sostenere le finalità solidali.

Ma altre associazioni non hanno partita iva e svolgono attività che non sono commerciali ai fini delle imposte per specifiche prescrizioni normative e per volontà degli stessi soci.

Quindi queste organizzazioni sono riconducibili alla definizione di imprenditore commerciale, oppure si avvicinano più a quella committenza privata che ha altri limiti per l’utilizzo del lavoro accessorio?

La definizione classica di imprenditore ha per la maggior parte delle persone una stretta attinenza con il lucro, per cui le associazioni, enti che esistono sul presupposto dell’assenza del fine di lucro, potrebbero facilmente definirsi come non imprenditori, e quindi comportarsi di conseguenza.

Manca in effetti una interpretazione ufficiale, come d’altronde la maggior parte delle volte.

Sovviene però ricordare una recente sentenza della Corte d’Appello di Genova, che pronunciandosi su una istanza di opposizione al fallimento presentata da una associazione che sosteneva di non essere imprenditore ha affermato alcuni principi che potrebbero dirimere la questione, richiamando la Suprema Corte.

La Corte ha osservato che ciò che caratterizza l’attività di impresa è lo scopo di lucro in astratto, e quindi non è necessario che l’imprenditore si proponga di ricavare dall’attività di impresa un guadagno da destinare a scopi egoistici.

E’ invero sufficiente la finalità di ricavare un guadagno che consenta innanzitutto di pareggiare i costi, ed eventualmente avere delle risorse da destinare al perseguimento di scopi predeterminati, quali quelli che l’associazione o l’ente si sia dato all’atto della costituzione.

Possiamo quindi trarre la conclusione che da questa definizione non si può discostare nessuna realtà associativa, poiché il reperimento di ricavi finalizzati alla copertura dei costi fa parte della missione di ogni buon amministratore.

La risposta è quindi che se l’associazione, anche non svolgendo una attività di impresa codificata come tale, per non essere costretta a contrastare una interpretazione sancita dalla suprema Corte, deve comportarsi come una impresa, e quindi applicare i criteri stabiliti per le imprese ai fini dell’acquisto dei buoni lavoro.

Vai al Dossier dedicato agli Enti no profit per restare aggiornato.

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Fabio Naldoni

Consulente del Lavoro, esperto giuridico, collabora quindici anni con il centro di servizio al volontariato della provincia di Genova

Comments 1

  1. Possono essere utilizzati per l’esecuzione di appalti con la Pubblica Amminitrazione?

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