Trust interno nullo per il Tribunale di Udine

Trust interno nullo per il Tribunale di Udine

di Paolo Soro CommentaIn Commenti Giurisprudenza e Prassi, Trust e Patrimoni

Secondo un Giudice del Tribunale di Udine, con Sentenza del 28 febbraio 2015, i trust interni non possono essere riconosciuti dal nostro ordinamento e i relativi atti di costituzione devono essere dichiarati nulli per impossibilità giuridica dell’oggetto.

Il Tribunale di Udine, in composizione monocratica, ha recentemente affermato la nullità di due trust interni, ovverossia quelli in cui l’unico elemento di estraneità rispetto all’ordinamento italiano è costituito dalla legge applicabile scelta dai soggetti disponenti.

Nella causa civile, la parte attrice aveva sostanzialmente eccepito che lo strumento del trust fosse stato utilizzato in frode ai creditori, posto che i disponenti, essendo a conoscenza di determinati debiti, avessero inteso solo mettere al riparo i propri beni immobili, sottraendoli alle legittime azioni di soddisfacimento del credito.

Il Giudice adito non si è limitato ad accogliere (come, invero, sarebbe parso ovvio) l’azione revocatoria sui beni in oggetto, dichiarando l’inefficacia del loro conferimento nei trust, ma addirittura è arrivato (inaspettatamente) ad affermare un principio generale che sancisce la nullità di qualunque trust interno, disciplinato da una legge non italiana. Ergo, considerato che le leggi che regolamentano i trust, attualmente, sono solo straniere, gli unici trust legittimati a operare in Italia – secondo tale Organo Giudicante – sarebbero quelli esteri.

Sulle motivazioni di tale pronunciamento pare doveroso svolgere le seguenti considerazioni.

Di immediato, si rileva un richiamo pressoché costante da parte del Giudice a un “crescente orientamento dottrinale e giurisprudenziale”, sia pro che contro il trust. Francamente, non abbiamo alcuna notizia di Autorevole Dottrina che esponga una tesi di nullità dei trust interni (né, d’altronde, come in genere capita nelle sentenze, alcun Autore risulta citato).

Per quanto attiene alla Giurisprudenza, viene menzionata un’isolata sentenza del Tribunale di Belluno (12.02.2014) e una della Cassazione (10105 del 09.05.2014).

Il primo richiamo – Tribunale Belluno – alla luce delle considerazioni che ci accingiamo a esporre, sembra davvero debole; mentre il secondo (Cassazione 10105/2014), semplicemente, parrebbe inconferente, atteso che – come d’altronde lo stesso Giudice di Udine riporta – gli Ermellini, in tale pronunciamento, ammettono l’assoluta legittimità dei trust interni (tesi, dunque, contraria a quella dell’odierno Magistrato).

Con riferimento al Tribunale di Belluno, senza volersi dilungare troppo, occorre rilevare che:
– Si pronuncia in merito al particolare sistema tavolare esistente nella regione;
– Fonda la sua decisione sui seguenti due principali assiomi:
1. Non è lecito effettuare il conferimento dei beni con atto successivo e separato da quello di mera istituzione del trust (questione, come noto, già ampiamente superata, nonché legittimata più volte dalla stessa Cassazione);
2. Non esiste una legge italiana che regolamenti gli istituti fiduciari, come per esempio in Francia con il contratto di “Fiducie” (ma, in realtà, sappiamo bene che, anche in Italia, per esempio, le società fiduciarie sono da tempo disciplinate da Legge dello Stato);
– Ultimo elemento, non certo irrilevante, sulla controversia non si è ancora espressa la Corte di Cassazione.

Insomma, ci pare che, basandosi esclusivamente su tali argomenti, non si possa giungere ad affermare che esista un “crescente orientamento dottrinale e giurisprudenziale” tendente a dichiarare la nullità dei trust interni.

Inoltre, a nostro modesto avviso, di conseguenza, la motivazione risulta diventare carente, posto che è, sì, concesso al Giudice del Merito di distaccarsi dall’orientamento affermato dalla Cassazione (la quale, superfluo rammentarlo, in materia di trust si è espressa a Sezioni Unite), ma solo ampiamente giustificandone tutte le ragioni in maniera convincente. Orbene, andare contro l’orientamento delle Sezioni Unite della Cassazione, esclusivamente richiamando a sostegno della propria scelta un’unica decisione di altro Tribunale, pronunciata prima che si esprimessero le citate Sezioni Unite, e sulla cui controversia non risulta ancora essere intervenuta la stessa Corte di Cassazione, non appare sufficientemente persuasivo ed efficace.

Passando ora ad analizzare quanto si legge nella sentenza qui in esame, reputiamo corretto riportarne di seguito alcuni passaggi fondamentali.

“L’art. 13 della Convenzione, affermando che Nessuno Stato è tenuto a riconoscere un trust i cui elementi significativi, ad eccezione della scelta della legge applicabile, del luogo di amministrazione o della residenza abituale del trustee, siano collegati più strettamente alla legge di Stati che non riconoscono l’istituto del trust o la categoria del trust in questione, dovrebbe stare a significare che [i Paesi] restano liberi di riconoscere o meno i trust interni. Secondo il citato orientamento dottrinale e giurisprudenziale [tale potere di riconoscimento dei trust] non sarebbe riservato a un’iniziativa del legislatore ma sarebbe demandato al giudice, investito del compito di verificare la meritevolezza o meno del singolo trust.”

Il ragionamento non appare in alcuna maniera condivisibile.

1. Innanzitutto, non possiamo non rilevare che, in altro passo, il Giudice si preoccupa di precisare come l’Italia, Paese di Civil Law, non possa paragonarsi ai sistemi di Common Law; ma, qui, attribuisce ai Giudici italiani una prerogativa che esiste solo nei Paesi di Common Law. Fino a Costituzione contraria, quando in Italia si parla di potere legislativo dello Stato, ci si riferisce al Parlamento e non alla Magistratura. Non si può, dunque, in alcun caso concordare sul fatto che il potere di riconoscere il trust, attribuito dalla Convenzione allo Stato, sia inteso come demandato al Giudice e non al Parlamento (che si è pronunciato con la legge di ratifica).

2. In ogni caso, lo Stato italiano ha provveduto a riconoscere i trust, non solo – appunto – con la legge di ratifica della Convenzione (cosa che non lascia dubbi sulla volontà in tal senso), ma anche con una serie di ulteriori provvedimenti di carattere legislativo in materia fiscale, oltre che con circolari interpretative ministeriali, le quali espressamente richiamano l’istituto anche in altri campi, quali – a esempio – quello dell’antiriciclaggio (Ved. Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia della Banca d’Italia). Il tutto, ovviamente, senza comunque voler citare le numerosissime sentenze della Giurisprudenza di Legittimità, non ultima quella stessa decisione citata dal Tribunale di Udine nella sua sentenza, che parimenti ha in merito opinione opposta rispetto a quella di tale Giudice.

3. La pronuncia della Cassazione viene richiamata per confermare che spetta al giudice valutare il requisito della “meritevolezza”. Assolutamente sì, su questo siamo perfettamente d’accordo. Peraltro, proprio non riusciamo a comprendere cosa abbia a che fare detto requisito (che attiene al motivo, causa, ragione, per il quale viene istituito qualunque trust) con il generale mancato riconoscimento – a priori – di tutti i trust interni. La “meritevolezza” va valutata per evitare che lo strumento del trust venga utilizzato in maniera fraudolenta (esempio: stato di insolvenza del debitore – come prevede la stessa Convenzione, all’art. 15).

4. Indipendentemente da quanto appena esposto, poi, allorquando detto Tribunale di Udine afferma che il Giudice debba valutare la meritevolezza di ogni singolo trust, sta altresì dichiarando implicitamente che esistono trust, i quali potrebbero essere meritevoli; e tale declaratoria appare quanto mai in contraddizione con il principio generale poi affermato nelle conclusioni, in cui stabilisce che tutti i trust interni sono nulli a priori.

Un altro passo rilevante della motivazione è il seguente:

“Tale impostazione merita la massima attenzione, non solo per l’autorevolezza della Dottrina e della Giurisprudenza di Merito che la sostengono, ma anche perché ha ormai fatto breccia, sia pure per implicito, nella Giurisprudenza di Legittimità. Infatti, la Cass. 10105/2014 ha si negato la riconoscibilità a un trust liquidatorio costituito da un imprenditore insolvente al solo scopo di evitare l’applicazione della normativa fallimentare, ma partendo dall’implicito presupposto che il trust interno sia astrattamente riconoscibile, ritenendo che l’art. 13 della Convenzione si rivolge allo Stato e non al Giudice. Il che ravviva il dubbio che la legge di ratifica del trattato, in mancanza di suscettivo atto normativo di riconoscimento del trust da parte dello Stato, non sia idonea da sola a dare copertura normativa al trust interno”.

1. Quanto all’autorevolezza della Giurisprudenza di Merito citata, con tutto il rispetto per il Foro di Belluno, abbiamo già evidenziato tutte le caratteristiche del pronunciamento di cui trattasi, che rendono tale affermazione per nulla persuasiva.

2. Che, poi, addirittura abbia “fatto breccia nella Giurisprudenza di Legittimità”, francamente, a noi non risulta comprovato in alcuna pronuncia dei Giudici di Piazza Cavour; né, d’altronde, lo stesso Giudice di Udine richiama in motivazione alcuna sentenza che avvalori tale convincimento.

3. Ciò premesso, è il medesimo Organo Giudicante che, citando la Cassazione in questione (10105/2014), rileva come la stessa, “per implicito”, affermi esattamente la tesi opposta alla sua; ovverossia:

A)     il trust interno è legittimo;
B)     la Convenzione si rivolge allo Stato e non al Giudice.

4. Non possiamo neppure concordare col fatto che la legge di ratifica della Convenzione non sia sufficiente da sola e ne occorra un’altra. Se così fosse, uno Stato che vuole ratificare una Convenzione, dopo aver emanato una legge a tal riguardo, dovrebbe poi emetterne un’altra in cui precisa: “Con la presente Legge si intendono ratificare tutti gli atti di cui alla Convenzione già ratificata da altra precedente Legge”. Un comportamento simile non è stato mai messo in atto per alcuna Convenzione ratificata. Dovremmo, allora, arguire che nessuna Convenzione ratificata dall’Italia ha valore?

5. In ogni caso, come già precisato, di provvedimenti successivi – anche tipicamente normativi – che confermino la piena e legittima ratifica della Convenzione, ve ne è stato più d’uno.

6.  Infine, posto che la Convenzione contiene anche un art. 28, il quale espressamente stabilisce che: “L’adesione avrà effetto solo per quanto riguarda i rapporti tra lo Stato aderente e gli Stati contraenti che non avranno sollevato obiezioni alla succitata adesione nei dodici mesi successivi” (e, superfluo sottolinearlo, l’Italia non lo ha mai fatto), è evidente come detta Convenzione abbia ogni validità legislativa, senza bisogno di alcun ulteriore specifico provvedimento.

“Questo giudice ritiene di aderire alla tesi minoritaria (minoritaria?) [per cui] lo scopo della Convenzione è solo quello di permettere ai trust costituiti nei Paesi di Common Law di operare anche nei sistemi di Civil Law”.

1. A noi pare che se si fosse solamente voluto raggiungere detto obiettivo, non ci sarebbe di sicuro stato bisogno di sottoscrivere e ratificare una Convenzione internazionale.

2. Vi è di più: informandosi sulla nascita di tale Convenzione, si può agevolmente verificare come la stessa sia stata originariamente siglata solo tra: Inghilterra, Italia e Australia. Ergo, a parte l’Italia, gli altri due sono Stati di Common Law. Ebbene, suonerebbe quanto meno strano che i Governi di due sistemi di Common Law ratifichino (in pratica), fra loro, una Convenzione “solo [con] lo scopo di permettere ai trust costituiti nei Paesi di Common Law di operare anche nei sistemi di Civil Law”.

Ulteriore considerazione non di poco conto quella connessa alle conseguenze giuridiche derivanti dal pronunciamento del Giudice di Udine: se i trust legittimi fossero solo quelli stranieri, è di immediato rilevare come si porrebbe un’evidente questione di incostituzionalità, posto che si avrebbe un’illecita disparità di trattamento, in Italia, tra trust esterni e interni.

In caso contrario, nella migliore delle ipotesi, tutti i disponenti italiani si rivolgerebbero a un trustee straniero e avrebbero risolto il problema.

Infine, vorremo pure richiamare l’attenzione sulla circostanza che la decisione precisa trattarsi di trust nullo e non meramente inefficace.

Con la legge di ratifica, infatti, si prevede che lo Stato (non il Giudice) si obblighi a riconoscere gli effetti prodotti dal trust, il quale abbia determinate caratteristiche enunciate nella Convenzione. Il che significa che laddove, in ipotesi, un particolare trust non risponda a detti requisiti, (questa volta) il Giudice ne dichiarerà la sua inefficacia; non la sua nullità.

I concetti di inefficacia e nullità, pur se praticamente portano ad analogo risultato finale nel singolo caso, giuridicamente sono due principi ben distinti; tanto è vero che la Cassazione, nelle sue decisioni contrarie ai trust, ha sempre parlato di “inefficacia” e non di “nullità”.

L’inefficacia è una situazione in cui un negozio giuridico non produce effetti. Esempio: il negozio giuridico, pur essendo perfetto in tutti i suoi elementi, è stato posto in essere con l’intenzione di danneggiare i creditori; in questo caso il negozio non è nullo (né annullabile), poiché perfetto in tutti i suoi elementi; ma è semplicemente inefficace nei confronti dei creditori che hanno agito con l’azione revocatoria.

Quindi, allorché la Cassazione afferma l’inefficacia del trust, sta altresì “per implicito” ammettendo che l’atto istitutivo del trust non è invalido (ossia: né nullo, né annullabile); semplicemente, però, essendo stato posto in frode ai legittimi interessi dei creditori, non produce alcun effetto di segregazione del patrimonio.

A ben vedere, dunque, sia nella pronuncia di cui al thema decidendum, sia nell’unica a proprio favore dalla stessa richiamata (Tribunale Belluno), emergono sostanzialmente delle decisioni, le quali, a modesto parere di chi scrive, non essendo concretamente supportate da valide ragioni di diritto, né tanto meno risultando logicamente coerenti con i precedenti della Giurisprudenza di Legittimità, avuto anche riguardo alle pratiche conseguenze cui darebbero adito, non possono in alcun caso essere condivise.

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Paolo Soro

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