Dossier semplificazioni per imprese e professionisti

Società di comodo: si può evitare la tassazione su base presuntiva in caso di effettivo svolgimento di un’attività economica?

di Dott. Piero Bertolaso 2 CommentiIn Accertamento, Commenti Giurisprudenza e Prassi, Dichiarazioni, Parliamo di ...

Capita di frequente che determinate società pur caratterizzandosi per lo svolgimento di un’effettiva attività commerciale siano considerate fiscalmente “non operative”, semplicemente per non aver superato il c.d. test di operatività, realizzando ricavi non adeguati ma avendo un numero di dipendenti inferiore al minimo previsto dalla legge per far scattare l’esimente (dieci unità).

Recentemente la giurisprudenza tributaria si è espressa favorevolmente a un ricorso presentato dal contribuente, in cui effettivamente veniva esercitata un’attività commerciale, annullando la cartella di pagamento.

Nello specifico in sede giurisdizionale veniva tutelata una società, dall’applicazione meccanica dei coefficienti presuntivi, con annullamento della cartella esattoriale emessa per recuperare forzosamente le imposte connesse al reddito minimo presunto.

In tali casi – in cui non veniva effettuato un uso “elusivo” dello schermo societario – non si poteva ne si può certo parlare di società “senza impresa” o di mero godimento pur avendo l’Agenzia delle entrate iscritto a ruolo le maggiori imposte, con annesse sanzioni, dovute da tale società che di fatto  non si è adeguata ai ricavi minimi e/o al reddito minimo, semplicemente perché non si ritiene assoggettabile alla disciplina delle di comodo.

Non si dimentichi che la ratio della norma sulle società di comodo – che prevede l’istituzione di una tassazione su base para-catastale, mediante l’applicazione di coefficienti presuntivi per categoria di assets, ai fini della definizione dei ricavi minimi – è quella di stigmatizzare le società non operative, realizzate con il precipuo intento dei soci di beneficiare di una tassazione inferiore rispetto a quella che avrebbero sostenuto intestandosi direttamente gli assets.

Cosa fare dunque nei casi di imprese che non superino il test di operatività ma siano vitali sotto il profilo economico-commerciale, sebbene abbiano meno di 10 dipendenti e non siano in linea con gli studi di settore?

Personalmente penso che la presentazione dell’ istanza di interpello all’Agenzia delle entrate sia un passaggio fondamentale, in quanto si porta a conoscenza l’Amministrazione finanziaria a priori, cioè prima dell’avvio di un’azione accertativa, della situazione effettiva in cui versa società. Attraverso l’interpello, realizzato in via preventiva, può esser richiesta in caso sussistano i relativi presupposti, la disapplicazione della norma sulle società di comodo, e in caso di diniego il contribuente può eventualmente impugnare il provvedimento dell’Agenzia, avanti la commissione tributaria competente, secondo l’orientamento recentemente formulato dalla giurisprudenza di legittimità.

Del resto prima della norma va rispettata, anche in sede accertativa, la finalità legislativa su cui la stessa trova ispirazione e forza dispositiva!

 


Autore dell'articolo
identicon

Dott. Piero Bertolaso

Dottore commercialista, con Studio in Modena e Milano, si occupa essenzialmente di contenzioso tributario. Svolge la propria attività in Emilia Romagna, Veneto e Lombardia assistendo il contribuente sia nella fase istruttoria, rapportandosi con gli Uffici finanziari, sia in sede giurisdizionale davanti alle Commissioni Tributarie.

Comments 2

  1. L’iter del mio caso:
    Settore agricoltura.
    Anno 2006, presento istanza di interpello in quanto la società svolge regolarmente la sua attività, i parametri non sono stati raggiunti a causa di un calo delle quotazioni di mercato dei prodotti e in capo alla società non sono intestati beni che non siano inerenti allo svolgimento dell’oggeto sociale .
    L’istanza viene immediatamente respinta.
    A seguito del respingimento, anche se non era possibile chiedo un riesame, documentando l’andamento dei prezzi di mercato e la produttività media per ettaro delle coltivazioni realizzate in azienda.
    Il riesame non viene accolto in quanto non previsto dalla normativa vigente.
    Nel dicembre 2011 mi viene notificata una sanzione di 4.600 Euro (maggiore imposta + sanzioni).
    Per fare ricorso, avrei dovuto pagare circa la metà della cifra richiesta e accollarmi le spese di assistenza di un commercialista ( obbligatorio per sanzioni superiori ai 2.500 Euro )
    In caso di esito negativo la somma da versare sarebbe raddoppiata con l’aggiunta delle spese legali che sarebbero state tutte a mio carico.
    In pratica avrei dovuto pagare subito 3.300 Euro, per risparmiarne 4.600 e col rischo di doverne pagare 9.200 in caso di esito negativo.
    Alla fine ho pagato per chiudere il discorso e dormire sonni tranquilli.
    La mia esperienza pare molto meno tranquillizzante e serena di quanto prospettato nell’articolo.
    Questo perchè, quando è il tempo del ricorso, la sanzione è già stata comminata, e prima non è data alcuna possibilità di difesa al contribuente.

    1. identicon Post
      Author

      Egregio Lettore ho seguito con attenzione l’esposizione del Tuo caso. Per un principio di equità contributiva avrei presentato ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale. Quanto alle spese di lite esse sono a carico del soggetto soccombente, per cui se la pretesa erariale era sostanzialmente infondata, stando all’esposizione sommaria, avresti avuto non sola la possibilità di vedere riconosciute le Tue ragioni (e sottostare a un’ equa imposizione) ma anche ottenere il rimborso di quanto anticipato. Buona serata
      PB

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *