Smart working: nuove prospettive dopo il Coronavirus

di Giovanni Caruso CommentaIn In Evidenza, Lavoro, Le novità del Lavoro, Testata

Strumento atto ad “incrementare la competitività” e ad “agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro” che si realizza mediante “accordo tra le parti”. E’ questa la definizione, seppur semplificata del cd “Smart working” o per dirla in lessico giuridico patriottico il  “Lavoro agile. (QUI la norma istitutiva )

Ma quali sono i confini tra sfera lavorativa e sfera privata, e qual è la reale attuazione post lockdown di questo “nuovo” metodo di lavoro?

Il lavoro agile è davvero identificabile come l’attività lavorativa svolta tra tazze di caffè, e una brioche, come la moltitudine di immagini sui social network parrebbero dimostrare? E’ davvero così?

L’Italia, che si affida per la ripartenza economica ad un manager di livello internazionale, qual è il Dott. Colao, che lavora non da qualche ufficio governativo a Roma o a Milano, bensì da casa sua a Londra, forse dovrebbe, nell’immaginario collettivo cambiare leggermente la concezione di “lavoro agile”.

E’ bene dirlo perché, questa “nuova” modalità di lavoro non è meramente identificabile nel cornetto o della tazza di thè vicino al Pc, quello forse è l’immagine che i social oggi vogliono far trasparire.

La caratteristica fondante del lavoro agile

Lo Smart Working è, e deve essere, una strutturata modalità di lavoro flessibile che richiede alcuni fondamentali presupposti gestionali, organizzativi e digitali.

Non deve sfuggire difatti il rapporto sinallagmatico e di bilanciamento fondante del rapporto tra datore di lavoro e dipendente:  Obiettivo-Attività lavorativa-Risultato, “anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro”.

È dunque nel lavoro per obiettivi che va identificata la causa di questo negozio giuridico e, se vogliamo la vera rivoluzione del Lavoro agile, ossia la possibilità per il lavoratore di svolgere la propria funzione “per obiettivi” restando lavoratore subordinato”.

Ma, al di là delle implicazioni giuridiche che derivano dal ripensamento del lavoro in termini di risultato, il  lockdown ha permesso, senza rendersene conto, a molte aziende di entrare, a piccoli passi nell’era  dell’Industria 4.0.

E‘ fuor di dubbio che la tecnologia, nelle ultime settimane sia entrata di prepotenza anche nelle aziende meno avvezze alla trasformazione digitale; il fatto stesso che il recepimenti di un ordine di un cliente, oppure la mera registrazione di una fattura, siano attività svolte ora in modalità totalmente diverse rispetto a  meno di due mesi addietro è indice, seppur con delle imposizioni governative, di un nuovo modo di pensare al lavoro.

Attraverso la tecnologia “a distanza” invero si misura anche il rapporto del lavoro per obiettivi: e’ conferendo fiducia, autonomia e responsabilità ai collaboratori che si riesce poi a misurare la prestazione in chiave di risultato.

Tutte tali supposizioni possono però essere svolte nel quadro di un accordo individuale tra datore di lavoro e propri dipendenti, perché è solo avendo in mente il rapporto di scambio che caratterizza il rapporto di lavoro subordinato che si riesce a cogliere il giusto punto di incontro tra l’interesse dell’impresa, del relativo aumento della produttività e della propria competitività e l’interesse del dipendente a trovare il giusto bilanciamento tra la propria sfera privata ed il lavoro.

Sono questi i principi su cui si fondano i progetti più innovativi nel campo dello smart working e non mero “lavoro da casa”, poiché dare una tale definizione sarebbe estremamente riduttivo.

Strumento, quello del lavoro agile, invece, finalizzato al soddisfacimento di due cardini essenziali: quello della produttività aziendale da un lato, quello della sfera individuale dall’altro. Questo non snatura affatto il lavoro subordinato, anzi lo rende più in linea con le sollecitazioni (anche organizzative) che l’innovazione tecnologica impone, facendo bene agli individui e alla collettività organizzata in cui operano.

L’immane tragedia della pandemia da Covid-19, necessariamente avrà come seguito quella di proiettarci in una nuova concezione del lavoro, per certi versi snaturando concetti forse finora reputati basilari e fuori da ogni possibile discussione.

Un alleato, delle tante piccole PMI, ad oggi sopraffatte dall’emergenza sanitaria ed economica, senza dubbio deve scaturire dallo sviluppo della tecnologia. Senza una chiara organizzazione del lavoro e degli stili di leadership, senza la formazione necessaria a conferire autonomia e responsabilità ai propri dipendenti nel contesto delle sfide individuali e collettive che l’Industria 4.0 comporta, non è possibile prevedere di proiettare le nostre industrie verso il futuro del lavoro.

Futuro che, oggi più che mai, richiede la chiara definizione (o ridefinizione) di specifiche regole di condotta che anche nella logica del post pandemia, della tutela della salute, della conciliazione vita-lavoro consentano realmente un “bilanciamento di interessi” – do ut des – che è proprio di ogni negozio giuridico – primo tra tutti il contratto di lavoro.

Sull’argomento vedi le recenti news “Smart working e controllo a distanza” e la procedura semplificata per lo Smart working nell’emergenza Coronavirus.



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Giovanni Caruso

Iscritto presso l’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Cosenza e nel registro dei tirocinanti dei Revisori Legali dei Conti. Laureato in Scienze dell’Amministrazione, in possesso di un Master in Diritto del Lavoro e Sindacale e diverse attestazioni in ambito Fiscale e Tributario, Privacy e Sicurezza sul Lavoro. Svolge l’attività di consulente aziendale in materia di Organizzazione, Certificazione, Gestione e Controllo, Sicurezza sui luoghi di lavoro, Finanza Aziendale e Privacy. Ha svolto incarichi di relatore in seminari e workshop rivolti a Professionisti ed Imprese. Autore del Volume edito da Maggioli Editore "La responsabilità Amministrative degli Enti - Guida Operativa al D.Lgs 231/01.

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