Raddoppio dei termini di accertamento precluso verso i soci di SRL a ristretta base sociale

di Paolo Soro CommentaIn Accertamento, Commenti Giurisprudenza e Prassi

All’Ufficio è precluso ricorrere al raddoppio del termine ordinario di decadenza, per eseguire un accertamento verso i soci di una SRL, sul mero presupposto della ristrettezza della base sociale, in quanto tale status non costituisce un comportamento che assuma alcuna rilevanza penale. Questo, in sintesi, quanto stabilito dalla CTR del Lazio (6019/40/14).

La vicenda
L’Ufficio aveva provveduto all’emissione di un avviso di accertamento rivolto a una società di capitali, notificato oltre l’ordinario termine quinquennale di decadenza, perché in presenza di condotte che comportavano “la denuncia penale”, nell’ambito dei reati tributari di cui al D.Lgs. 74/2000. La società accertata era partecipata da due soci, ciascuno titolare del 50% del capitale. Scattava, allora, la contestuale emissione degli avvisi di accertamento rivolti alle persone fisiche socie, tassando la distribuzione degli utili extra contabili contestati alla società, sul presupposto della ristrettezza della base sociale.

 

Le motivazioni della sentenza
Secondo i Giudici dell’Appello: “Gli utili accertati alla società rappresentano sì un elemento essenziale per l’emissione degli avvisi di accertamento rivolti ai soci… tuttavia questi ultimi nascono da un differente e autonomo presupposto impositivo, ovvero la ristrettezza della base azionaria, con relativa presunzione di distribuzione degli utili”. In base a tale differente elemento causale, non è consentito utilizzare il raddoppio dei termini nei confronti dei soci di una SRL a base ristretta, per gli accertamenti relativi alla presunta distribuzione degli utili extra contabili eccepiti alla società, in quanto le posizioni assunte dalla società e dai soci persone fisiche non sono equiparabili.
La società può essere accertata oltre il termine ordinario esclusivamente sul presupposto del reato tributario; ma la ristrettezza della base sociale, presupposto in base al quale l’Ufficio pretenderebbe di estendere per lo stesso periodo di tempo l’accertamento nei riguardi dei soci, non configura, di per se, alcuna ipotesi di reato. Venendo meno tale rilevanza penale, viene parimenti pure a mancare la possibilità di ricorrere al raddoppio dell’ordinario termine di decadenza.

 

Osservazioni
Corre prima di tutto l’obbligo di sottolineare (seppure esuli dal principale contesto di cui si discute), come il dettato della norma in questione si presti a differenti interpretazioni, venendo di fatto, spesso e volentieri, abusato dall’Ufficio, nell’intento di recuperare somme per le quali i termini di accertamento sarebbero in teoria già definiti. Oltre tutto, tale tipo di attività di verifica viene, in numerosi casi, esercitata sulla base di meri accertamenti di carattere induttivo, caratterizzati, come noto, dall’inversione dell’onere della prova a scapito del contribuente.

Fatta questa doverosa premessa, il condivisibile pronunciamento in argomento ci consente, per altro verso, di tornare un momento sulla spinosa questione afferente l’automatico accertamento in capo ai soci persone fisiche di una SRL a ristretta base sociale, derivante da quello di tipo induttivo previamente emesso a carico della società. Posto che bisognerebbe, innanzitutto, finalmente capire che cosa concretamente s’intenda per “ristretta base sociale”, secondo l’art. 2727 del codice civile: “Le presunzioni sono le conseguenze che il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignoto.” Ciò posto, in virtù del divieto di doppia presunzione (c.d. presunzione di secondo grado), il fatto ignoto a cui si risale tramite la presunzione, può essere desunto solo partendo da uno o più fatti noti, e non invece da un’altra presunzione.

Viceversa, nella fattispecie in esame, l’accertamento si basa su due distinte presunzioni:
1. l’esistenza di un maggior reddito della società rispetto a quello dichiarato, in genere accertato induttivamente;
2. l’avvenuta distribuzione ai soci di tale maggior reddito accertato induttivamente in capo alla società.

Parrebbe, dunque, che la presunzione di distribuzione degli utili extra contabili sia basata, non su fatti noti, ma su un’altra presunzione, così divenendo presunzione di secondo grado, come tale, non valida.

Ciononostante, secondo taluna Cassazione: “Nel caso di società a ristretta base sociale (la stessa S.C., peraltro, non fornisce dei parametri precisi che identifichino le società a ristretta base sociale), è legittima la presunzione di distribuzione ai soci degli utili extra contabili, la quale non viola il divieto di presunzione di secondo grado, poiché il fatto noto non è costituito dalla sussistenza dei maggiori redditi induttivamente accertati nei confronti della società, ma dalla ristrettezza della base sociale e dal vincolo di solidarietà e di reciproco controllo dei soci che, in tal caso, normalmente caratterizza la gestione sociale”. Sempre a parere della Cassazione: “Lo scarso numero dei soci (e torniamo al punto: cosa si intende per scarso numero?) si converte nel dato qualitativo della maggiore conoscibilità degli affari societari. La giuridicità di tale situazione oggettiva si esprime attraverso la sottoposizione del socio all’onere di conoscere, della cui osservanza egli può dare anche prova positiva, attraverso la dimostrazione dei fatti relativi al processo cognitivo, ossia dei fatti impeditivi della conoscibilità, dei comportamenti adottati per acquisire la conoscenza che siano risultati vani, così che si giustifica anche il suo stato di ignoranza, e dei comportamenti volti a far valere la responsabilità dei gestori della società per le anormalità contabili.”

A modestissimo parere di chi scrive, vi sono due evidenti criticità in quanto affermato dalla Cassazione:
I) Così, si sta, di fatto, invertendo l’onere della prova; esimendo, dallo stesso, la parte che pretende di far valere le proprie ragioni in giudizio (Amministrazione Finanziaria), per ribaltarne l’obbligo a carico di chi viene chiamato a difendersi (contribuente).
II) Seppure, con la riforma del diritto societario, il potere di ispezione e di verifica, anche da parte del socio di minoranza, sia stato notevolmente ampliato, nella pratica è, in realtà, inimmaginabile pensare che lo stesso socio (regolarmente escluso dalla gestione direttiva della SRL), possa pedissequamente esercitare quella tipologia di controllo che, sulla base del parere della Giurisprudenza di Legittimità, dovrebbe viceversa mettere in atto, nel caso in cui volesse dimostrare la non conoscibilità degli eventuali maggiori utili societari accertati e la sua conseguente estraneità al percepimento di una quota parte degli stessi.

Non solo, ma se anche in ipotesi il socio volesse cercare di fornire una prova contraria rispetto alla doppia presunzione che gli viene eccepita dall’Ufficio, sarebbe impossibilitato a farlo, non avendo la direzione della gestione contabile e amministrativa della società. Ovverossia, di fatto, gli verrebbe negato il diritto di difesa, costituzionalmente garantito (in senso conforme, si vedano: CTR Lazio 2614/2014 e 342/2009; CTR Toscana 61/35/13; CTP Napoli 145/2012; CTR Veneto 175/1999).

In conclusione, riteniamo, altresì, di dover ricordare come la recentissima Corte Costituzionale (228/2014), abbia sancito l’incostituzionalità dell’assurda presunzione in base alla quale i prelevamenti di contanti dei lavoratori autonomi equivalgono a ricavi dichiarati, non ammettendo per l’appunto la doppia presunzione: prelievi non documentati = costi in nero; da cui: costi in nero = ricavi non dichiarati.


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Paolo Soro

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