Perché i partiti politici non pagano le tasse ?

di Prof. Dott. Francesco Verini 3 CommentiIn Attualità, Parliamo di ...

Si sente un gran parlare in questi giorni dei fondi destinati ai partiti; tutti i principali esponenti si dicono disponibili a rinunciare agli ingenti volumi di rimborsi elettorali se lo fanno anche gli altri ma nessuno sembra tenere in debito conto il meccanismo e quali conseguenze negative genera.

La maggior parte dei cittadini ha dimostrato, in più occasioni, di non condividere che fondi pubblici siano destinati ai partiti, sul presupposto che se uno, personalmente, vuole sostenere una spesa, a maggior ragione se destinata per svolgere un servizio per la comunità, non deve essere finanziato; prima con referendum è stata abrogata la legge di finanziamento pubblico e, successivamente, non è stata accolta con favore, neanche la destinazione del 4 per mille, tant’è che si è passati all’attuale legge sui rimborsi.

Ma parliamo di rimborsi o di ricavi ? Il rimborso comporta la restituzione di quanto speso con tanto di documentazione contabile: hai speso cento, mi dimostri di averlo ben speso e ti rimborso cento! Quando si supera l’importo effettivamente speso ossia viene rimborsato più di quanto si spende, il rimborso “forfettario” diventa ricavo. Lo sanno bene, ad esempio, i professionisti.

Ci si chiede allora, considerato che nelle casse dei partiti, come affermano i loro esponenti, ci sono decine di milioni di euro, se questi importi non possano essere considerati ricavi e tassati al netto delle spese e, altro aspetto interessante, se sia giusto che una somma considerevole sia immobilizzata in attesa di essere utilizzata, in confronto alle tante necessità del bilancio statale.

Sul primo aspetto forse sarebbe meglio che i rimborsi fossero effettivamente sulle somme spese, con un limite sia di specie (spese di viaggio, di tipografia ecc.) che di importo massimo spendibile. Ma nulla vieta di per sé che gli importi eccedenti possano essere tassati, in quanto utili residui dell’attività di una associazione privata. Sarebbe indubbiamente un meccanismo “contorto” perché lo Stato concede di più e poi riprende la differenza; allora sarebbe meglio che conceda quello che effettivamente serve all’associazione politica, magari con un sistema premiante per chi spende meno.

Sull’immobilizzazione dei fondi che giacciono nelle casse dei partiti, poi, l’aspetto più penalizzante, per la società civile, è che non possono esser impiegati e produrre un risultato.

Ma il buon padre di famiglia non li porterebbe mai fuori dall’Italia.

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Prof. Dott. Francesco Verini

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Dottore Commercialista e Revisore Legale dei Conti, Revisore degli Enti Locali in Roma, L’Aquila e Pescara. Ha svolto le funzioni di Giudice Tributario in grado di appello a L’Aquila. Componente dell’Osservatorio Regionale per gli Studi di Settore presso l’Agenzia delle Entrate - Direzione Regionale Abruzzo. Libero Docente di Economia. Docente di Conciliazione Civile e Commerciale, di ADR Network con sede in Roma, accreditato al Ministero della Giustizia. Componente della Commissione Consultiva sul Processo Tributario presso L'Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Roma. Economista. Giornalista Pubblicista.

Comments 3

  1. Niente rimborsi ne’ finanziamenti.La politica è una vocazione come tante e seguire le proprie aspirazioni non è una professione.Troppo spesso ai politici sfugge la frase:”faccio il mio mestiere”.Chi fa un mestiere rischia in proprio se è un artigiano o un imprenditore e questa consuetudine di trovare incentivi o finanziamenti per il decollo professionale dei giovani è una barzelletta che hanno inventato i governanti.Ognuno per se Dio per tutti……..

  2. Si può discutere sulle differenti modalità, ma i partiti svolgono, (o dovrebbero svolgere) un ruolo pubblico, quindi dovrebbero avere a disposizione fondi pubblici. Poi benvengano tutte le possibili modalità di controllo pubblico e privato, indipendente dai partiti stessi, ma non si può lasciare la politica in mano a chi finanziariamente può permettersi di dedicarvi, oltre ai suoi soldi, anche tutto il tempo, che passerebbe comunque ad occuparsi dei suoi interessi. Cosa già vista, tra l’altro. Poi, chi decide di occuparsi di politica, deve comunque sospendere in toto la sua professione o occupazione e dedicarsi a tempo pieno alla cosa pubbilca per il bene pubblico, e non privato suo. L’alternativa alla politica dei partiti è un governo modello Singapore, (il suo capo del governo ha uno stipendio annuo che supera i due milioni di euro, tra l’altro, mentre. ad es. Obama non arriva a 500.000) dove non vige certo la democrazia quale la conosciamo noi. Sta a noi decidere se normare i rimborsi ai partiti e trovare i modi per controllare come vengono spesi, o se farsi trascinare dal populismo e dalla demagogia imperante, con conseguenze che quasi sicuramente non ci piacerebbero comunque.

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