Bitcoin e fisco

Monete virtuali e fisco: alcune riflessioni sul Bitcoin

di Luigi Pellecchia CommentaIn Attualità, In Evidenza, Parliamo di ..., Primo Piano, Testata

Nell’economia digitale che va sempre più consolidandosi, tra i vari strumenti che questo mondo mette a disposizione ci sono le criptovalute. Consultando il sito Coinmatrketcap.Com se ne scorgono più di 1450, molte delle quali hanno un valore irrisorio ed altre addirittura nullo.

Le criptovalute sono le cosiddette monete del mondo virtuale e se l’accostamento alle categorie giuridiche tipiche come moneta estera, commodity, strumento finaziario, etc può sembrare  appropriato, in realtà non è prorpio così.

Infatti, la stessa definizione di questo strumento “moneta digitale decentralizzata basata sulla crittografia”, non è uguale per tutte le criptovalute; si pensi al Ripple che è di fatto centralizzato cioè non creato a livello decentralizzato dagli utenti.

Quello che negli ultimi tempi sta sull’onda della notorietà è sicuramente il Bitcoin, che nel 2017 ha avuto un aumento esponenziale del suo valore iniziale il quale, invece, dall’ inizio del 2018 si è dimezzato.

Per comprendere la portata di questo fenomeno, si pensi che oltre 200 aziende in Svizzera operanti in vari settori come commercio, finanza, servizi e manifatture accettano pagamenti in valuta virtuale, mentre alcuni fondi speculativi la utilizzano come riserva di valore.

Questi strumenti digitali, non essendo ancora ben definti giuridicamente, risultano altrettanto problematici da inquadrare fiscalmente.

L’AdE ha iniziato a caratterizzare questo fenomeno con la Risoluzione 72/E/2016 che, prendendo come base la sentenza delle corte di giustizia europea del 22/10/2015, lo considera come semplice mezzo di pagamento purchè accettato dalle parti.

Quindi c’è la possibilità di scambio tra bitcoin e moneta reale considerando tali operazioni assimilabili a quelle di valuta con valore liberatorio.

Con questa risoluzione, viene chiarito dunque che, le operazioni eseguite nei confronti di persone fisiche che detengano moneta virtuale al di fuori dell’esercizio di impresa sono considerate fiscalmente esenti iva, ai sensi del Dpr 633/1972, per le società che operano nel campo dell’intermediazione di valute tradizionali con criptovalute, e non tassabili per i clienti stessi che detengano tale moneta.

Tuttavia, permangono molti dubbi interpretativi sulla valuta virtuale come per esempio il fatto che, attualmente, la detenzione di criptovaluta per fini speculativi viene tassata sottoforma di redditi diversi.

Un altro nodo da sciogliere è anche l’inquadramento in dichiarazione dei redditi di tale moneta nel quadro RW nel modello Redditi, in quanto essendo una moneta virtuale, non ha una localizzazione geografica definita.

Restano, poi, ancora da chiarire in termini di iva e redditi i casi in cui la moneta virtuale sia da considerarsi come “bene” oppure corrispettivo a titolo oneroso di un’attività svolta da imprese e professionisti.

Occorrerebbe, quindi, cominciare a pensare a come trattare, da un punto di vista fiscale, le monete virtuali, in quanto molte aziende cominciano ad essere attratte dalle sue potenzialità tra cui l’ immediatezza nelle operazioni di pagamento che offrono.

In molti portali i soggetti che operano si scambiano beni con moneta virtuale anche se per il momento in un ambito ristretto alla piattaforma stessa.

L’esperienza dell’applicazione della cosidetta web-tax dovrebbe essere un monito per definire come trattare questa nuova moneta di internet.

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Luigi Pellecchia

Laurea in Economia Aziendale conseguita presso l'Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Referente fiscale presso un'unità periferica di C.A.F.. Autore di articoli su rivista di economia.

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