Social eating e home restaurant

Mini guida per aprire un Home Business: il social eating

di Francesca Romana Bottari CommentaIn Nuove società, Sharing economy

Aprire un home business significa trovare la giusta combinazione fra proprie attitudini, esigenze di potenziali utenti e gap di mercato. Vi è mai capitato di googolare su siti specializzati e scoprire che manca qualcosa?

Non voglio citare siti specializzati, ma se vogliamo parlare di ristorazione in Italia dove non manca l’abilità in cucina e la fama, vediamo che visitando due o tre siti specializzati non si trovano proposte di social eating, sistema di ristorazione presente invece in altre nazioni e così affermato da occupare con il suo rating un’apposita sezione sulle guide del settore.

 

Per approfondire l’argomento ti segnaliamo la Guida sull’Home Restaurant

 

Cosa e’ il social eating?
E’ il ristorante in casa. Un menù fisso per un numero di avventori che prenotano pagano e partecipano con l’intento di gustare prelibatezze e socializzare. Il padrone di casa è l’host che organizza l’evento.
L’home restaurant e’ un esempio di sharing economy. Una risposta alla crisi nell’ottica della sharing economy e dal consumo collaborativo. L’idea di business è venuta ad una fotografa londinese, Kerstin Rodgers in arte MsMarmiteLover, che ha lanciato online il suo home restaurant nel 2009.

Internet è dunque fondamentale per promuovere l’attività e sono numerosi i portali dedicati: gnammo.com, ceneromane, new gusto, kitchenparty.org, peoplecooks (cene economiche), homefood (per turisti).

Il social eating è un settore che in Italia è poco presente e che, se c’è passione per la cucina e abilità imprenditoriale, può essere innovativo, conquistare significative fette di mercato e produrre profitto.

La ricerca di mercato è nella nostra mini guida per aprire un home business il primo punto da considerare. La ricerca va ovviamente ristretta e dettagliata alla propria area geografica dove si intende collocare l’attività in modo da disegnarla in base alle necessità locali che si individuano.
Si stanno diffondendo con varie formule come appunto semplicemente il ristorante in casa, il supper club, hidden eatry, le cene carbonare, cene occulte e cosi via. Le cene possono essere a tema o per tipologia (gourmet, economica, etnica, vegetariana, ecc.).

Passiamo ora a vedere di cosa si ha bisogno.
E’ sempre consigliabile preparare il proprio business plan per chiarirsi obiettivi, presunti costi e attesi profitti.
Bisogna anche verficare la disponibilità di finanziamenti, contributi a fondo perduto e eventuali agevolazioni pubbliche da richiedere.

Nel kit del home businessman ci deve essere sicuramente anche spirito organizzativo, capacità di promozione su Web e social network.

E’ necessaria anche un po di flessibilità da parte del Governo che se giustamente deve imporre controlli per igiene e sanità non pò imbracare l’home restaurant nelle attività di somministrazione di alimenti e bevande con conseguente applicazione del disposizioni di cui all’articolo 64 del dlgs 59/2010. Gli operatori del settore spingono per la classificazione come evento casalingo e saltuario, in attesa di una regolamentazione ad hoc.

L’home restaurant è un evento saltuario e casalingo che rientra fra le attività teoricamente non imprenditoriali e senza particolari adempimenti purché i ricavi non superino 5mila euro annui (rifacendosi alle regole per attività occasionali o saltuarie d’impresa). Sempre pronti però a dimostrare che non si sia superato il limite onde evitare sanzioni per supposta evasione fiscale.

Al di sopra dei 5mila euro un’alternativa è l’associazione di promozione culturale (APS), che richiede statuto o atto costitutivo, sede e rappresentanza legale, attestazione di non-profit, imposta di registro, codice contribuente, ecc.

Per chi opta per l’attività imprenditoriale, le forme giuridiche adatte sono la ditta individuale o la società di persone. Se si apre un’impresa, è bene verificare inquadramento e adempimenti con la Camera di Commercio locale.
Ad esempio: Partita IVA, iscrizione Registro Imprese, INPS (gestione commercio) e INAIL, ComUnica, SCIA, PEC e firma digitale, conto fiscale, igiene alimenti, tassa rifiuti e TASI, iscrizione alle associazioni di categoria. In tutti casi bisogna rilasciare la ricevuta e documentare le spese sostenute per la preparazione del pasto.

L’home restaurant gode della potenzialità di crescita legata alla scarsa presenza di operatori in Italia a fronte di una domanda significativa.
E’ un’attività che consente all’imprenditore ampia libertà di spirito d’impresa, abilità decisionale su cosa offrire, come promuoversi, gestire attività e prenotazioni, scegliere la location, predisporre menù, spesa, cucina e ricevimento.

Ci si augura che il vuoto legislativo che coinvolge tutta la sharing economy in Italia si traduca nel recepimento da parte del Governo delle linee guida comunitarie che promuovono lo sviluppo dell’economia collaborativa e l’attivià di impresa e che si eviti la frammentazione e la troppa burocrazia che ledono l’ iniziativa individuale d’impresa ed il risultato.

 

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Autore dell'articolo
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Francesca Romana Bottari

Docente Universitario in Tributario a Londra. Dottore Commercialista e Certified Accountant. Ha formato la sua esperienza professionale svolgendo attività di consulenza aziendale all'estero ed in Italia Autore di numerose pubblicazioni tecniche, e ricerche E' 1,000 Curricula Eccellenti Fondazione Bellisario

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