La contabilità parallela legittima l’accertamento: accessi e ispezioni

di Mario La Manna CommentaIn Accertamento, Commenti Giurisprudenza e Prassi, Contenzioso

La documentazione extracontabile legittimamente reperita costituisce elemento probatorio (presuntivo) valutabile dal giudice, indipendentemente dal riscontro di irregolarità nella tenuta della contabilità e nell’adempimento degli obblighi di legge.

Questo è il principio di diritto contenuto nella pronuncia della Corte di Cassazione n. 25504 del 13 Novembre 2013. La vicenda trae origina da due avvisi di accertamento IVA notificati a una ditta del salernitano, con la quale veniva richiesta una maggiore imposta sulla base di documentazione extracontabile acquisita in sede di verifica. Il contribuente si opponeva innanzi alla CTP prima, e alla CTR poi che, contrariamente a quanto fatto dal giudice di prime cure, annullava gli atti impugnati per il fatto che la ricostruzione dei verbalizzanti si era basata su documenti non ufficiali dotati di scarsa efficacia probatoria, per non aver gli organi di accertamento operato alcuna verifica sulla predetta “contabilità parallela”.

Avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale ricorreva in Cassazione l’Agenzia delle Entrate lamentando, fra le tante cose, il fatto che i giudici d’appello avessero violato l’art. 54 del DPR n. 633/72 così come interpretato dalla costante giurisprudenza di legittimità, che non ha mai negato (anzi!) il valore di prova presuntiva alle scritture extracontabili.

Gli ermellini, nel cassare la sentenza impugnata, ribadiscono che “qualora pertanto, a seguito di ispezione, venga rinvenuta presso la sede dell’impresa documentazione non obbligatoria astrattamente idonea ad evidenziare l’esistenza di operazioni non contabilizzate, tale documentazione, pur in assenza di irregolarità contabili, non può essere ritenuta di per sé probatoriamente irrilevante dal giudice, senza che a tale conclusione conducano l’analisi dell’intrinseco valore delle indicazioni dalla stessa promananti e la comparazione delle stesse con gli ulteriori dati acquisiti e con quelli emergenti dalla contabilità ufficiale del contribuente”.

Il medesimo principio è stato espresso anche in altre pronunce, come la n. 24051 del 16 novembre 2011, in cui la Suprema Corte ha affermato che la “cd. “contabilità in nero”, costituita da appunti personali ed informazioni dell’imprenditore, rappresenti un valido elemento indiziario, dotato dei requisiti di gravità, precisione e concordanza prescritti dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39. Nella nozione di “scrittura contabile”, che – a norma dell’art. 2709 c.c. – fa prova contro l’imprenditore, devono ritenersi, per vero, ricompresi – ad avviso della Corte – tutti i documenti che registrino, in termini quantitativi o monetari, i singoli atti di impresa, o che comunque siano suscettibili di rappresentare adeguatamente la situazione patrimoniale dell’imprenditore ed il risultato economico dell’attività svolta”. La “contabilità in nero”, per il suo valore probatorio, legittima di per sé, ed a prescindere dalla sussistenza di qualsivoglia altro elemento, il ricorso all’accertamento induttivo di cui all’articolo 39 del decreto sull’accertamento incombendo sul contribuente l’onere di fornire la prova contraria, al fine di contestare l’atto impositivo notificatogli. (Cassazione nn. 25610 del 2006, 19598 del 2003, 11459 del 2001)”.

La legittima acquisizione della documentazione

Importante però è che tale documentazione sia legittimamente acquisita, infatti se è vero da un lato che le scritture extracontabili legittimano un accertamento induttivo, è anche vero che essa non potrà essere utilizzata se l’accesso (durante il quale le stesse sono state acquisite) è stato eseguito in assenza delle autorizzazioni prescritte. In merito alle autorizzazioni la Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 10137/2010, ha differenziato a seconda che l’accesso venga eseguito in locali di attività d’impresa del contribuente o meno (abitazione), e che il soggetto che lo esegue sia rappresentato dai militari della Guardia di Finanza o dai dipendenti civili dell’Agenzia delle Entrate. I militari della G.d.F., secondo la pronuncia, “ai sensi dell’art. 35, legge n. 4 del 1929…, in quanto polizia tributaria, può sempre accedere negli esercizi pubblici e in ogni locale adibito ad azienda industriale o commerciale ed eseguirvi verificazioni e ricerche, per assicurarsi dell’adempimento delle prescrizioni imposte dalle leggi e dai regolamenti in materia finanziaria, non necessitando, a tal fine, di autorizzazione scritta, richiesta per il diverso caso di accesso effettuato dai dipendenti civili dell’Amministrazione finanziaria (v. Cass., 8 luglio 2009, n. 16017)”. Tuttavia in un’altra pronuncia, e in particolare nella sentenza n. 3388/2010, la Cassazione aveva affermato che: “il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 33, comma. 1, richiama, invero, quanto alle modalità di accesso alle aziende, le prescrizioni del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52, che, in materia di IVA, richiedono l’autorizzazione del capo dell’Ufficio da cui gli accertatori dipendono. Tuttavia non è comminata alcuna nullità qualora tale precetto non sia rispettato, diversamente dal caso in cui l’accesso sia effettuato presso il domicilio di persona fisica (art. 52, comma 2) senza l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica, dovendosi in tale ipotesi ritenere violato il principio costituzionale di inviolabilità del domicilio (cfr., Cass, civ., nn. 1230 del 2001; 19689 del 2004 e n. 10704 del 2009, resa in una vicenda per molti aspetti analoga)”.

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Mario La Manna

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Dottore Commercialista e Revisore Legale dei Conti. Risiede a Nola (NA), classe '88, Laurea Specialistica in "Consulenza e Management Aziendale" conseguita a pieni voti presso l'Università degli Studi di Salerno. Si occupa principalmente di consulenza fiscale e contenzioso tributario. Iscritto dal 2011 all'A.N.CO.T.

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