Decreto Liberalizzazioni, le novità per professionisti e notai

Piu’ difficili gli accertamenti bancari sui professionisti

di Alessandro Guaiana CommentaIn Accertamento

Più difficili gli accertamenti bancari sui professionisti:i prelevamenti effettuati non possono più equivalere a compensi non dichiarati .

La Corte Costituzionale si è recentemente espressa sulla legittimità di un’equazione spesso utilizzata dalle Commissioni tributarie in materia di accertamenti bancari: prelevamento = compenso. La pronuncia è la n. 228 del 2014 e dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 32, comma 1, numero 2), secondo periodo, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 limitatamente alle parole “o compensi”.

La sentenza è di sicuro interesse in considerazione del profondo rilievo delle conseguenze per gli accertamenti bancari notificati ai professionisti. Così, infatti, disponeva l’art. 32, D.P.R. n. 600 del 1973:

“Per l’adempimento dei loro compiti gli uffici delle imposte possono:

1) […];

2) […] alle stesse condizioni sono altresì posti come ricavi o compensi a base delle stesse rettifiche ed accertamenti, se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e sempreché non risultino dalle scritture contabili, i prelevamenti o gli importi riscossi nell’ambito dei predetti rapporti od operazioni. […]”.

Con la dichiarazione di illegittimità costituzionale, i prelevamenti effettuati dai professionisti non possono più equivalere a compensi non dichiarati e, di conseguenza, tutti gli accertamenti e i processi in corso che si basano su questo assunto dovrebbero (il  condizionale è d’obbligo) vedere vittorioso il contribuente.

La ragione di questa differenziazione di trattamento tra i prelevamenti effettuati da soggetti produttivi di reddito d’impresa e coloro, invece, che dichiarano un reddito di lavoro autonomo risiede nel fatto che, secondo quanto espresso dalla Consulta, l’attività dei professionisti è caratterizzata dalla prevalenza dell’apporto del lavoro proprio rispetto all’elemento organizzativo degli apparati produttivi. L’apporto personale all’attività risulta graduato a seconda del tipo di lavoro svolto ma, in ogni caso, risulta  prevalente. Questa prevalenza comporta una minore verosimiglianza dell’assunto prelevamento = compenso in quanto le attività professionali necessiterebbero di un minore investimento organizzativo.

La valutazione che la Corte Costituzionale ha effettuato è frutto dell’applicazione di un criterio di ragionevolezza alla presunzione relativa di trasformazione automatica dei prelievi in compensi in nero.

L’applicazione di questo criterio ha portato la Corte ad affermare che la censura d’incostituzionalità della presunzione deriva dal fatto che “gli eventuali prelevamenti […] vengono ad inserirsi in un sistema […] da cui deriva la fisiologica promiscuità delle entrate e delle spese professionali e personali”.

In altre parole, anche in considerazione degli obblighi contabili vigenti, è inverosimile presumere che il prelevamento di una somma di denaro (senza giustificativo e/o beneficiario) effettuato da un professionista sia investito nell’attività lavorativa e dia luogo a compensi. Basti, semplicemente, pensare a quei professionisti che utilizzano un unico conto corrente per affrontare le spese professionali e personali. La norma censurata dalla Consulta pare, in conclusione, fondatamente priva di uno dei requisiti per la legittimità delle presunzioni relative: l’id quod plerumque accidit (l’altro requisito è la logicità dell’inferenza).

Oltre all’irragionevolezza della presunzione la Corte afferma con decisione il mancato rispetto del principio di capacità contributiva (art. 53, Cost.); la disposizione oggetto della censura, infatti, viene giudicata del tutto arbitraria nel momento in cui ipotizza che i prelievi ingiustificati siano destinati ad essere investiti nell’attività professionale e siano quindi produttivi di reddito.

In conclusione, la pronuncia della Corte Costituzionale è quantomai fondata ma sulla questione restano aperte diverse problematiche. Quella di maggiore interesse è quella relativa alla costituzionalità della medesima presunzione operante per i soggetti produttivi di reddito d’impresa. Allo stesso modo dei professionisti, infatti, la presunzione relativa prelevamento = compenso pare essere sfornita del requisito dell’id quod plerumque accidit. Bisogna,  infine, ricordare per i professionisti opera la medesima presunzione ai fini IVA (art. 51, comma 2, n. 2, D.P.R. n. 633/72); sul punto si auspica sia sollevata la medesima questione di legittimità costituzionale in modo da rendere più omogenea la legislazione.

Autore dell'articolo
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Alessandro Guaiana

Abilitato all'esercizio della professione forense, autore ed editor di diversi testi ed articoli in materia fiscale e tributaria, attualmente vivo a Bruxelles dove prendo parte alle attività dell'unità aiuti di stato fiscali della Commissione europea (Direzione Generale della Concorrenza).

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