Fatture false: come si prova che il soggetto è inconsapevole?

di Redazione fiscoetasse.com CommentaIn Accertamento, Contenzioso

Quando si parla di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti ci si riferisce ad una sorta di evoluzione della falsità oggettiva, caratterizzata cioè dal fatto che in questo caso la prestazione o la cessione esistono effettivamente ma risulta fittizio il soggetto che svolge il servizio o fornisce il bene, ossia colui che emette la fattura (perciò si parla di falsità soggettiva).

Nell’ambito delle operazioni soggettivamente inesistenti spicca il noto sistema detto delle «frodi carosello», al quale partecipano più soggetti che di fatto procedono alla ripartizione dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) materialmente evasa da uno soltanto di essi.

Lo schema tipico vede un soggetto italiano che importa prodotti da un paese comunitario nel rispetto delle regole sull’iva, sicché l’imposta deve essere versata nel territorio dello Stato italiano dall’operatore che ha effettuato l’acquisto. In realtà, l’importatore è in questi casi un soggetto fraudolentemente frapposto tra il venditore estero e gli effettivi destinatari della merce importata, che in genere fa perdere le sue tracce subito dopo l’effettuazione delle operazioni. L’iva che l’importatore riscuote dai suoi «clienti» non viene versata all’Erario e viene restituita agli stessi suoi «clienti». L’organizzazione lucra l’imposta sul valore aggiunto che non viene versata né dall’importatore e neppure dai suoi «clienti». Infatti costoro pur avendo provveduto a corrispondere l’imposta sull’acquisto, ne ottengono la restituzione e non sono i soggetti direttamente obbligati al versamento dovuto dal loro dante causa.

Al fine di eseguire le operazioni necessarie a realizzare la frode, accade in questi casi che vengano emesse fatture false per operazioni inesistenti, utili a coprire la triangolazione fittizia del prodotto. Si verificano quindi, al fine di evadere le imposte, o di consentire a terzi di evadere le imposte, i delitti di utilizzazione di fatture false (da parte dell’importatore italiano, che non è il reale destinatario della merce acquistata), emissione di fatture false (da parte dello stesso importatore nei confronti dei suoi «clienti»), e di utilizzazione di false fatture (da parte di questi ultimi).

Spesso i soggetti danno vita a tale forma di «triangolazione» mediante la creazione di società fittizie appositamente costituite per incassare l’iva portata in fattura che non viene poi versata al fisco, tali società sono perciò anche dette «cartiere» .

Tralasciando l’ ipotesi in cui  tutti i soggetti sono consapevoli della frode in essere, il problema della ripartizione dell’onere della prova è indubbiamente rilevante nel caso in cui il destinatario dell’operazione non sia a conoscenza della frode in essere; egli, infatti, dovrà dimostrare la propria estraneità rispetto all’omesso versamento dell’iva commesso dalla fornitrice.  In questi casi, di massima, il cliente si difende producendo la documentazione contabile e bancaria da cui risulta che l’acquisto è stato effettivamente eseguito e regolarmente pagato.

Ma, sul punto, la giurisprudenza della Corte di Cassazione appare divisa. In materia è rilevabile un orientamento ondivago della giurisprudenza di legittimità, la quale ha attribuito l’onere della prova del coinvolgimento consapevole del soggetto utilizzato  :

  •  talvolta  sull’Amministrazione finanziaria procedente, in ossequio ai generali principi posti alla base del processo civilistico, mentre
  •  in altre circostanze,prevalenti ,  ha affidato al contribuente l’obbligo di dimostrare la propria estraneità ai fatti illeciti e, quindi, la piena rispondenza dei costi e dell’iva addebitati ai requisiti di deducibilità previsti dalle disposizioni sostanziali e procedurali tributarie, ove l’Amministrazione finanziaria abbia inizialmente addotto elementi indiziari .

Ancora recentemente, in una fattispecie concreta è stato sancito che la prova che il cliente deve fornire non può essere validamente fornita (…) soltanto dimostrando che la merce è stata effettivamente ricevuta e ne è stato versato il corrispettivo, trattandosi di circostanze non concludenti (Cass., sez. trib., n. 17377 del 2009), mentre, in  altre circostanze, è stato al contrario affermato che la documentazione contabile e bancaria offerta dal contribuente è sufficiente a dimostrare la regolarità del suo comportamento.

Oltre al gravoso onere probatorio posto in capo al destinatario dell’operazione soggettivamente falsa, si consideri che a tale soggetto viene richiesto il pagamento di un’imposta che egli ha effettivamente corrisposto al fornitore (ovviamente se estraneo al circuito fraudolento) e, soprattutto, gli si impone anche il pagamento delle sanzioni esattamente come se avesse commesso egli stesso l’evasione. Se il destinatario dell’operazione era all’oscuro del meccanismo fraudolento è evidente che si prospetta il problema di come contemperare l’esigenza di repressione del fenomeno di evasione fiscale con la necessità di tutelare la buona fede e l’affidamento del contribuente inconsapevole.

Ad ogni modo, l‘Amministrazione finanziaria è attore sostanziale del processo tributario e, pertanto, salvo le ipotesi di presunzione legale, è alla medesima devoluto l’assolvimento dell’onere della prova della sussistenza della materia imponibile sottratta all’imposizione.

Se si considera il costo dedotto dal contribuente come una diminuzione di quanto egli deve al fisco, allora è evidente che l’onere della prova è suo carico; tuttavia se, al contrario, la ripresa del costo ritenuto falso è considerata una causa che aumenta il reddito dichiarato , allora l’onere di provarne la falsità spetta al fisco.

TRATTO DA “Operazioni inesistenti, il PVC a supporto del quadro indiziario” – Commento alla ordinanza di Cassazione n. 10401 del 2 maggio 2018



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