Commento alla sentenza della Cassazione n. 24599 del 20 novembre 2014

Fatto notorio: non rientra nella nozione la scienza privata del giudice

di Francesco Brandi CommentaIn Commenti Giurisprudenza e Prassi

Il fatto notorio, derogando al principio dispositivo ed a quello del contraddittorio e dando luogo a prove non fornite dalle parti e relative a fatti da esse non vagliati e controllati, deve essere inteso in senso rigoroso, cioè come fatto acquisito con tale grado di certezza da apparire indubitabile ed incontestabile, non potendo rientrare nella scienza privata del giudice.

E’ dunque viziata la pronuncia di merito che fissa l’incidenza dei costi di produzione sui maggiori ricavi accertati sulla base dell’esperienza personale del collegio giudicante in relazione a problematiche “simili”.  Lo ha affermato la Cassazione, con la recente Sentenza n. 24599 dello scorso 20 novembre, che ha quindi confermato l’orientamento restrittivo della giurisprudenza di legittimità in merito al concetto di “fatto notorio”. Nel caso di specie la CTR aveva errato nel riconoscere al contribuente la deduzione dell’85% di costi relativi ai maggiori ricavi accertati, percentuale fondata su fatti noti alla commissione per un precedente interessamento a problematiche simili.

 

La vicenda processuale
La vicenda prende le mosse da una verifica della Guardia di Finanza nei confronti di una società attiva nel settore della lavorazione dell’oro e dell’argento. A seguito della stessa, l’Agenzia delle Entrate accertava maggiori ricavi per oltre 500 mila euro, ai sensi dell’art. 39 del D.P.R. n. 600 del 1973.
I giudici di primo grado cui nel frattempo si era rivolta la contribuente accoglievano parzialmente il ricorso, rideterminando in senso più elevato i corsi di produzione da riconoscere a fronte dei maggiori ricavi accertati.
La Ctr, nel confermare la decisione di prime cure, ne sottolineava l’aspetto motivazionale, basato su alcune consulenze tecniche disposte in altre circostanze: l’elevata incidenza del costo di produzione (pari a circa il 90% dei ricavi) era del resto già nota per avere la stessa affrontato problematiche simili.
Col successivo ricorso per cassazione, l’Agenzia denunciava, tra l’altro, la violazione dell’art. 115, comma 2 c.p.c., sottolineando come era stata erroneamente elevata al rango di “fatto notorio” una circostanza (ovvero la determinazione dei costi di produzione) che per la sua natura “tecnica” è estranea alla comune esperienza dell’uomo medio, nonché rientrante nella scienza privata del giudice.

La pronuncia della Cassazione
La Cassazione, con la pronuncia in commento, ha accolto il ricorso dell’Amministrazione finanziaria, cassando con rinvio la sentenza impugnata.
Ad avviso della Suprema Corte, la sentenza della CTR non si era uniformata al costante orientamento della giurisprudenza di legittimità (cfr., ex multis, Cass. n. 2808 del 2013, n. 16959 del 2012, n. 23978 del 2007 e n. 24959 del 2005, ma soprattutto 6299 del 2014) secondo cui “Il ricorso alle nozioni di comune esperienza, (fatto notorio), comportando una deroga al principio dispositivo ed al contraddittorio, in quanto introduce nel processo civile prove non fomite dalle parti e relative a fatti dalle stesse non vagliati né controllati, va inteso in senso rigoroso, e cioè come fatto acquisito alle conoscenze della collettività con tale grado di certezza da apparire indubitabile ed incontestabile.

Ne consegue che restano estranei a tale nozione le acquisizioni specifiche di natura tecnica, gli clementi valutativi che implicano cognizioni particolari o richiedono il preventivo accertamento di particolari dati, nonché quelle nozioni che rientrano nella scienza privata del giudice, poiché questa, in quanto non universale, non rientra nella categoria del notorio, neppure quando derivi al giudice medesimo dalla pregressa trattazione d’analoghe controversie”.

Nel caso di specie era evidente come, per la determinazione dei costi di lavorazione di un’azienda operativa nel settore della lavorazione dell’oro e dell’argento, fossero necessarie cognizioni di natura tecnico-specialistica (relative alla qualità dei prodotti utilizzati, all’incidenza delle lavorazioni ecc.) che non potevano essere ricondotte alla nozione di “fatto notorio”.

 

Ulteriori osservazioni
L’art. 115 c.p.c. (sulla disponibilità delle prove) prevede al secondo comma che il giudice può porre a fondamento della sua decisione “le nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza”.
Il concetto di fatto notorio, per la sua portata derogatoria al principio dispositivo (esonera infatti la parte che lo allega, dal relativo onere probatorio), è stato da sempre oggetto di una rigorosa e stretta interpretazione da parte della giurisprudenza della Cassazione che lo ha ravvisato solamente in quei fatti connotati da certezza ed indubitabilità, escludendo che possa applicarsi ad elementi valutativi o ad eventi “solamente” probabili o oggetto della mera conoscenza del singolo giudice.

Tale principio è stato considerato operante anche in tema di accertamenti standardizzati (basati sui parametri o sugli studi di settore) che (per espressa e consolidata posizione sia della giurisprudenza di legittimità che della prassi dell’Amministrazione finanziaria) devono basarsi su presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza nasce solo in seguito al contraddittorio col contribuente da attivare obbligatoriamente.

In questa sede il contribuente ha l’onere di dimostrare, senza limitazione di mezzi e contenuto, la sussistenza di condizioni che giustifichino l’esclusione dell’impresa dalle condizioni di normalità cui soltanto si applicano tali strumenti; l’Ufficio, dal canto suo, nelle motivazioni dell’avviso di accertamento, non solo deve dare dimostrazione della concreta applicabilità al caso concreto dello “standard” prescelto, ma deve anche esplicitare le ragioni per le quali ritiene non condivisibili le contestazioni sollevate dal contribuente. L’esito del contraddittorio non condiziona comunque le valutazioni del giudice o le strategie difensive del contribuente che non risentono di alcuna limitazione di contenuto.

Sotto quest’ultimo aspetto, il giudice non può svolgere una funzione suppletiva, esonerando le parti dai rispettivi oneri probatori, se non quando ravvisi l’esistenza di un fatto notorio i cui contorni sono stati fissati in modo rigido dalla Cassazione (cfr. da ultimo Cass. n. 22950 dello scorso 29 ottobre).

A ulteriore dimostrazione di ciò, in tema di redditometro, si ricorda anche la sentenza n. 14063 del 2014 con cui la Cassazione ha ritenuto che una mera prassi “familiare” come quella consistente nella liberalità dei genitori nei confronti dei figli rappresenta un evento soltanto probabile, come tale da escludere dalla nozione di “fatto notorio” e quindi, in base al principio dispositivo, da provare da parte di chi (il contribuente) ne invoca l’applicazione, quale fatto impeditivo della maggiore pretesa fiscale.

Autore dell'articolo
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Francesco Brandi

Funzionario presso Agenzia delle Entrate, Direzione centrale affari legali e contenzioso; dottorando in diritto tributario pressa la facoltà di Giurisprudenza dell'Università "La Sapienza" di Roma.

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