Il caso Apple e il ruling fiscale irlandese

Il caso Apple e il ruling fiscale irlandese

di Giovanni Modesti CommentaIn Fiscalità Estera

Il gigante APPLE multato dall’Unione europea per 13 miliardi di euro per aver beneficiato, d’accordo con lo stesso governo irlandese, di una tassazione favorevole a seguito di un ruling fiscale. Ciò è quanto la Apple è stata condannata a pagare dalla Commissione Europea per tasse non riscosse.

Il fatto

Apple dal 1991 ad oggi ha scelto come propria sede europea la Repubblica d’Irlanda,  godendo di una tassazione ridotta.

L’azienda di Cupertino si è dotata di due società Apple Sales International e Apple Operations Europe che detengono i diritti d’uso della proprietà intellettuale di Apple per la vendita e la fabbricazione di prodotti Apple al di fuori del Nord e Sudamerica, in forza di un “accordo di ripartizione dei costi” con Apple Inc.

Tale accordo prevede che Apple Sales International e Apple Operations Europe effettuino versamenti annuali a favore di Apple negli USA per finanziare le attività di ricerca e sviluppo svolte negli Stati Uniti per conto delle società irlandesi. I versamenti, dell’ordine di circa 2 miliardi di USD nel 2011, sono considerevolmente aumentati nel 2014. Tali spese, sostenute principalmente da Apple Sales International, hanno contribuito a finanziare oltre la metà del totale delle attività di ricerca svolte dal gruppo Apple negli Stati Uniti per sviluppare la sua proprietà intellettuale a livello mondiale. Ogni anno, queste spese vengono dedotte dagli utili registrati da Apple Sales International e Apple Operations Europe in Irlanda, conformemente alle norme vigenti.

Gli utili imponibili di Apple Sales International e Apple Operations Europe in Irlanda sono determinati da un ruling fiscale concesso dall’Irlanda nel 1991 e sostituito nel 2007 da un secondo ruling analogo. Questo ruling fiscale è decaduto nel 2015, quando Apple Sales International e Apple Operations Europe hanno modificato le rispettive strutture.

Di per sé i ruling fiscali sono strumenti perfettamente legali: si tratta di lettere di patronage emesse dalle autorità fiscali che spiegano a una determinata impresa le modalità per il calcolo delle imposte societarie o l’applicazione di alcune disposizioni fiscali speciali.

Il controllo degli aiuti di Stato nell’ambito dell’UE ha lo scopo di garantire che gli Stati membri non riservino a determinate società, tramite ruling fiscali o altrimenti, un trattamento fiscale migliore rispetto ad altre. Più specificamente, gli utili devono essere ripartiti tra le società di uno stesso gruppo, e tra le diverse articolazioni di una stessa società, in modo corrispondente alla realtà economica. Ciò significa che la ripartizione deve essere conforme ad accordi che intervengono a condizioni commerciali tra imprese indipendenti (il “principio di libera concorrenza”).

Ad avviso della C.E. questa tassazione configura una forma  illecita di aiuti di stato. Le basse tasse praticate in Irlanda rappresentano per la C.E. una forma celata di aiuti di Stato, la cui attuazione finisce per distorcere il mercato europeo.

Se Dublino vuole evitare una procedura di infrazione dovrà esigere da Apple la differenza non riscossa.

Tanto l’azienda di Cupertino che l’EIRE hanno deciso di ricorrere alla Corte di Giustizia europea, ma nelle more della definizione di tale contenzioso la prima dovrà restituire i soldi.

Il periodo preso in considerazione va dal 2003 al 2014, in quanto la competenza della U.E. in materia di aiuti di Stato non può andare oltre i 10 anni dall’avvio della indagine (anno 2013).

Nella relazione della C.E. si legge che “il trattamento fiscale in Irlanda ha permesso ad Apple di evitare la tassazione su quasi tutti i profitti generati dalle vendite di prodotti con marchio della società di Cupertino in tutto il mercato unico della Ue”.

L’indagine della Commissione ha dimostrato che i ruling fiscali emanati dall’Irlanda approvavano un’assegnazione interna artificiale degli utili di Apple Sales International e Apple Operations Europe, priva di giustificazione fattuale o economica. In conseguenza dei ruling fiscali, la maggior parte degli utili di vendita di Apple Sales International veniva assegnata alla sua “sede centrale” allorché tale sede non aveva la capacità operativa di gestire l’attività di distribuzione, né peraltro nessun’altra attività sostanziale. Soltanto la filiale irlandese di Apple Sales International disponeva della capacità necessaria per generare reddito dall’attività commerciale, ossia dalla distribuzione dei prodotti Apple. Gli utili di vendita di Apple Sales International avrebbero quindi dovuto essere registrati presso la filiale irlandese e lì tassati.

 

La difesa di APPLE

Il CEO di Apple Tim Cook ha dichiarato: “oggi diamo lavoro a oltre 6.000 persone in tutta l’Irlanda”, e  “la Commissione Europea ha lanciato una iniziativa che vuole riscrivere la storia di APPLE in Europa, ignorare le normative fiscali irlandesi e sovvertire così l’intero meccanismo fiscale internazionale”.

Sul sito di Apple, Cook ha aggiunto: «Il parere della Commissione emesso il 30 agosto sostiene che l’Irlanda avrebbe riservato a Apple un trattamento fiscale di favore. È un’affermazione che non trova alcun fondamento nei fatti o nella legge. Noi non abbiamo mai chiesto, né tantomeno ricevuto, alcun trattamento speciale. Ora ci troviamo in una posizione anomala: ci viene ordinato di versare retroattivamente tasse aggiuntive a un governo che afferma che non gli dobbiamo niente più di quanto abbiamo già pagato».

“La mossa senza precedenti della Commissione ha implicazioni gravi e di vasta portata. Di fatto è come proporre di sostituire la normativa fiscale irlandese con quel che la Commissione ritiene avrebbe dovuto essere tale normativa. Sarebbe un colpo devastante alla sovranità degli Stati membri in materia fiscale e al principio stesso della certezza del diritto in Europa. L’Irlanda ha dichiarato di voler ricorrere in appello contro la decisione della Commissione. Apple farà altrettanto, e siamo fiduciosi che l’ordine della Commissione verrà ribaltato.”

In riferimento al tema della tassazione nella lettera si richiama il principio per il quale “i profitti di un’azienda devono essere tassati là dove l’azienda crea valore. Apple, l’Irlanda e gli Stati Uniti concordano su questo principio. Nel caso di Apple, quasi tutte le operazioni di ricerca e sviluppo si svolgono in California, quindi la stragrande maggioranza dei nostri profitti è tassata negli Stati Uniti. Le aziende europee che operano negli USA sono tassate secondo lo stesso principio. Eppure, oggi la Commissione sta chiedendo di modificare retroattivamente queste regole.”

Il Dipartimento del Tesoro USA è intervenuto nella querelle al fine di evitare che la Apple sia costretta a pagare rilasciando una dichiarazione ove si afferma che la decisione “potrebbe minacciare di minare gli Investimenti stranieri in Europa, il clima imprenditoriale in Europa e l’importante spirito della partnership economica tra usa e Unione Europa”.

 

Le contromisure previste dalla C.E.

La Commissione U.e. è dell’avviso che debba essere approvata la profit common consolidated corporate tax base (Ccctb) la quale prevede i seguenti passaggi: una definizione comune dei profitti tassabili, una formula per tassare in modo equo nei diversi Stati Ue.

Il fine ultimo di tale provvedimento è quello di rendere sconveniente lo spostamento delle attività fra i vari Paesi Ue da parte delle multinazionali.

La differente tassazione dei redditi di impresa e la possibilità per le grandi aziende di definire attraverso accordi privati con gli Stati (tax ruling) quali utili e come tassarli ha creato una sorta di guerra tra i vari governi per accaparrarsi le sedi delle multinazionali.

Attraverso la introduzione della CCCTB sarebbero adottate dagli Stati membri regole comuni per cui gli utili e le perdite della azienda che opera in più Paesi membri della C.E. siano contabilizzati in maniera aggregata; immaginiamo una impresa multinazionale che in Svezia consegue un utile di 5 milioni ed in Italia una perdita di 3 milioni, la base imponibile sulla quale calcolare la tassazione sarà di 2 milioni

La commissaria Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager, ha affermato: “Non voglio rendere la vita difficile alle imprese responsabili che pagano la loro giusta quota di tasse, ma voglio assicurarmi che tutti abbiano un’uguale possibilità di successo”.

Sul sito della European Commission si legge, un’altra dichiarazione della Vestager: “Gli Stati membri non possono concedere vantaggi fiscali a determinate società e non a altre: tale trattamento è illegale ai sensi delle norme UE sugli aiuti di Stato. L’indagine della Commissione ha portato a concludere che l’Irlanda ha concesso ad Apple vantaggi fiscali illegali che hanno consentito alla società di versare per lunghi anni molte meno imposte di altre imprese. Il trattamento selettivo di cui ha goduto ha infatti permesso ad Apple di pagare sugli utili europei un’aliquota effettiva dell’imposta sulle società pari all’1 per cento nel 2003, scesa poi fino allo 0,005 per cento del 2014.”

Di diverso parere è stata l’ex commissario europeo responsabile per l’Agenda digitale, Neelie Kroes, secondo la quale gli  Stati membri dell’Ue “hanno il diritto sovrano di determinare le proprie leggi fiscali” e le regole comunitarie sugli aiuti di Stato “non possono essere usati per riscrivere tali norme”. Ad avviso della Kroes la tassazione dovrebbe essere effettuata dove la società produce profitti e questi – nel caso della Apple – sono realizzati ove viene condotta la ricerca, quindi – prevalentemente -negli USA e non dove i prodotto sono venduti o realizzati.

“Naturalmente – aggiunge però – gli stessi principi si applicano alle imprese europee innovative di design che vendono i loro prodotti all’estero”.

 

Considerazioni

Ciò che in realtà è stato contestato ad Apple non rientra nella fattispecie dell’evasione fiscale ma in quella della elusione.
Il gigante informatico ha raggiunto un accordo con l’Irlanda in base al quale ha pagato sugli utili prodotti in Europa (circa 130 miliardi negli ultimi dieci anni) una percentuale pari all’1% mentre in EIRE la tassazione sugli utili è pari al 12,5%.

Quindi è riuscita ad avere un super sconto garantendo occupazione e flusso di valuta.

Anche gli altri colossi dell’ICT, come Microsoft e Intel, sono stati multati dalla U.e.: la prima per un totale di quasi 1,400 milioni nel 2004 e nel  2008; il secondo per oltre 1 miliardo, nel 2009.

Il presidente della Commissione Bilancio della camera, Francesco Boccia, in merito a tale vicenda ha sottolineato come “Oggi l’Europa multa la Apple, domani sarà la volta di altre multinazionali digitali oltre alle inchieste delle amministrazioni fiscali nei diversi paesi. Ma il tema Irlanda e unione fiscale resta, così come resta aperto il tema dei contenuti non pagati o mal pagati, i conti off shore miliardari tollerati solo per le Over the top, o come resta la resistenza di una parte politica che non ha follemente voluto le stesse imposte indirette in tutti i Paesi Ue”.

 

APPLE e il fisco italiano

Nel nostro Paese si è da poco conclusa l’indagine per evasione fiscale da parte della azienda di Cupertino, la quale aveva dichiarato profitti irrisori sfruttando un meccanismo che le consentiva di trasferire a Dublino le vendite contabilizzandole in tale sede.

A seguito di tale condotta accertata dalla nostra magistratura a fronte di una meticolosa e complessa indagine durata ben due anni, al management aziendale italiano è stato constato il reato di omessa dichiarazione ai sensi dell’art. 5, d. lgs. n. 74 del 2000.

Nel periodo compreso tra il 2008 e il 2013 Apple avrebbe omesso di versare al fisco italiano una somma pari a circa 800 milioni  di euro.

 

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Autore dell'articolo
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Giovanni Modesti

Docente universitario incaricato all’Università di Chieti, è consulente per la privacy e le nuove tecnologie. Autore di oltre 100 pubblicazioni in materia di Privacy, Diritto del lavoro, Responsabilità professionale e management.

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