brexit effetti previdenziali sui lavoratori espatriati

Brexit: le ricadute previdenziali per i lavoratori espatriati

di Rag. Luigi Rodella 5 CommentiIn Brexit, Fiscalità Estera, Fiscalità Estera, Lavoratori all'estero

L’Italia è sempre stata legata all’Inghilterra da profondi e significativi scambi di risorse umane.
La migrazione tra i due Stati ha riguardato varie fasce di età; le giovani generazioni si sono avvicinate al Regno Unito per motivi di studio, alcuni individualmente, altri facilitati dai vari progetti Erasmus. Molti di questi giovani, formati – hanno successivamente trovato una stabile occupazione di lavoro.

La caratteristica di questa Nazione è sempre stata quella dell’accoglienza verso tutti i lavoratori, non solo europei ma del mondo intero. Questa
attitudine mentale all’apertura ed all’integrazione, ha determinato per il Regno Unito il riconoscimento, da parte di tutti gli altri Stati, di una leadership
universale indiscussa.

Con questa premessa vorrei evidenziare, come Brexit, vada molto oltre alle problematiche collegate al lavoro.

L’Unione Europea perde uno Stato guida che ha sempre rappresentato un punto di riferimento oltre che economico, anche politico e culturale.

Le ricadute immediate sul mercato del lavoro
Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, si crea in prospettiva, una profonda spaccatura nel mercato del lavoro che riguarda non solo le future generazioni ma anche coloro che hanno operato in passato ed ora potrebbero perdere alcuni benefici previsti per le Nazioni comunitarie.
L’uscita, non è immediata; sino al termine dei negoziati che si prevedono abbastanza lunghi (potrebbero durare due anni), i cittadini italiani, al pari di quelli degli altri Stati membri dell’Unione Europea, potranno continuare ad entrare e a lavorare nel Regno Unito con le regole attuali, senza alcuna variazione.

Solo alla fine del lungo processo, le attuali regole che disciplinano tutti gli aspetti collegati al lavoro, potrebbero cambiare, anche in modo significativo, sulla base dei futuri accordi, che verranno sottoscritti singolarmente tra l’Inghilterra e gli altri Stati europei.

Nell’articolo,  tratto dalla Rivista mensile di Fiscalità Estera n. 7-8/2016 dove è possibile leggere l’articolo completo, verranno esaminati gli aspetti più rilevanti che riguardano i lavoratori espatriati, alla luce dell’attuale disciplina comunitaria ed in prospettiva, come potrebbero essere formulati i nuovo accordi.

La libera circolazione dei lavoratori nell’ambito dell’unione europea
La normativa comunitaria (Direttiva CE 2004/38 – Regolamento CE 492/2011) prevede che ai lavoratori cittadini di uno Stato membro1, sono riconosciuti il libero accesso ed il libero soggiorno in ciascuno degli Stati membri per lo svolgimento di una attività lavorativa. La possibilità di lavorare in ciascuno dei 28 Stati aderenti, in condizioni di non discriminazione rispetto ai lavoratori cittadini dello Stato ospitante.

Il possesso della cittadinanza è un requisito indispensabile per il diritto alla libera circolazione, e questo aspetto deve essere disciplinato dalle rispettive leggi nazionali. Ogni cittadino comunitario, può liberamente circolare all’interno dei singoli Stati aderenti, per motivi di lavoro, senza avere una autorizzazione preventiva.
Per poter soggiornare per periodi superiori ai tre mesi, l’interessato deve svolgere una attività di lavoro subordinato o autonomo e deve disporre di adeguate risorse economiche.

Dopo cinque anni di soggiorno legale, ininterrotto in uno Stato membro, il cittadino dell’Unione acquisisce il diritto al soggiorno permanente nello Stato ospitante. Il diritto al soggiorno permanente si perde se il soggetto si assenta per un periodo superiore ai due anni consecutivi
dallo Stato ospitante.

I familiari di un cittadino comunitario, anche se sono extracomunitari, hanno diritto a stabilirsi nel territorio dello Stato membro, indipendentemente dalla loro cittadinanza. Si considerano familiari: Il coniuge; i discendenti diretti di età inferiore ai 21 anni o a carico e quelli del coniuge; gli ascendenti diretti a carico e quelli del coniuge.

In caso di distacco comunitario, l’impresa italiana che distacca il lavoratore in un altro Paese comunitario deve comunque applicare al rapporto di lavoro, tutta la normativa italiana in materia di avviamento, tenuta dei libri e documenti obbligatori e disciplina contrattuale individuale.

La disciplina previdenziale prevista nelle ipotesi di distacco U.E.
In merito alla contribuzione applicabile nei Paesi comunitari, durante la permanenza del lavoratore all’estero, nelle ipotesi di distacco, vale il principio di deroga alla territorialità, per cui il lavoratore continua a rimanere assicurato alla legislazione sociale prevista in Italia.
Gli accordi comunitari disciplinano il regime previdenziale del distacco, come condizione di deroga temporanea al principio della territorialità della legislazione previdenziale applicabile e del conseguente obbligo assicurativo.

La caratteristica del distacco rispetto al trasferimento rimane la temporaneità; il periodo massimo è previsto in 24 mesi, durante il quale il lavoratore
rimane assicurato presso l’Ente di previdenza interno (Inps). In casi particolari è prevista la possibilità di richiedere una proroga al distacco.

Il datore di lavoro distaccante deve inoltrare richiesta alla Direzione regionale Inps competente, che provvede a chiedere l’accordo all’Autorità competente del Paese distaccatario.

Terminato il periodo di distacco e della rispettiva proroga, il lavoratore se non rientra in Italia, dovrà essere iscritto al regime di sicurezza sociale del Paese di lavoro, ed i contributi versati potranno essere totalizzati al momento in cui verrà richiesta la prestazione.
Il datore di lavoro distaccante non deve ottenere alcuna autorizzazione al distacco.

Relativamente al versamento dei contributi, si applicano i contributi vigenti per i lavoratori operanti in Italia sia per quanto riguarda le percentuali contributive che per gli emolumenti assoggettati.
Le caratteristiche del distacco comunitario sono:

– la temporaneità.
– il mantenimento di un legame organico con il datore distaccante.
– il lavoro sia svolto per conto e nell’interesse dell’impresa distaccante.
– il fatto che il lavoratore distaccato non venga inviato in sostituzione di un altro lavoratore.

Il certificato di distacco. Per tutto il periodo di distacco l’Inps rilascia per i Paesi U.E. il modello A1 (che sostituisce il precedente modello E 101).

Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, possono esserci tre strade praticabili:

1. Estendere i regolamenti comunitari di sicurezza sociale dell’Unione Europea alla Gran Bretagna.
2. Attuare specifiche convenzioni, come per i Paesi Extra U.E. convenzionati.
3. La Gran Bretagna si considera Paese Extracomunitario non convenzionato.

 

L’articolo, a cura del dott. Luigi Rodella, è tratto dalla Rivista mensile di Fiscalità Estera n. 7-8/2016, dove è possibile leggere l’articolo completo. La Rivista è disponibile anche in ABBONAMENTO in offerta speciale.


Autore dell'articolo
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Rag. Luigi Rodella

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Consulente del lavoro – Da oltre venti anni si occupa della gestione del “rapporto di lavoro estero”, collaborando con Istituti di formazione alla redazione di pubblicazioni, all’attività di formazione e di consulenza sugli expatriates. In importante Gruppo industriale italiano, ha ricoperto il ruolo di Responsabile di “Amministrazione dirigenti e compensation”. Successivamente come professionista, ha assistito Commissari governativi alla definizione di processi di ristrutturazione, che prevedevano la cessione e la ricollocazione dei lavoratori in esubero. mail to: [email protected]

Comments 5

  1. Gentile Rag. Rodella, Buongiorno.
    Ho letto con interesse il Suo blog e il Suo articolo sul Brexit. Vorrei porle un quesito un po’ complicato…
    Mio marito è britannico ed ha chiesto la cittadinanza italiana, io sono italiana e al momento abitiamo in Belgio, dove mio marito lavora come distaccato del governo britannico presso una delle quattro Scuole Europee presenti qui a Bruxelles. Il suo ‘distacco’ è un po’ speciale, in pratica è un distacco con un contratto che viene rinnovato ogni quattro anni e che può continuare, nel suo caso, fino alla pensione. I contributi di mio marito sono stati quindi versati per quasi tutta la sua vita lavorativa nel regno Unito, ma, prima di venire qui in Belgio mio marito (che adesso ha sessant’anni) ha lavorato in Italia dove ha versato qualche anno di contributi, non sono sicura quanti, massimo 5. Ci chiedevamo se, nel momento in cui mio marito diventerà italiano, fosse possibile venire a risiedere in Italia e chiedere la totalizzazione della pensione e come funzionerebbe. L’età pensionabile nel regno Unito è di 66 anni e tra qualche mese mio marito avrà versato il massimo dei contributi possibili.
    Nel caso fosse possibile, avremmo anche la copertura sanitaria italiana?
    La ringrazio in anticipo se vorrà rispondermi.

  2. Buongiorno signora,
    se vuole richiedere la prestazione in Italia, relativamente alla pensione di anzianità non ha ancora perfezionato i requisiti anagrafici (nel 2018, 65 anni + 7 mesi + speranza di vita) mentre per la pensione anticipata occorrono 42 anni + 10 mesi di contribuzione.
    Quando diventerà residente in Italia avrà diritto all’assistenza prevista dal Servizio Sanitario Nazionale.
    Saluti.
    Luigi Rodella

  3. Salve,

    Sono un italiano che ha lavorato per 5 anni in UK. Tra un mese rientriamo in Italia e sto cercando di capire come trasferire i contributi pensionistici sia statali che quelli versati sul fondo privato.

    Non mi pare una cosa affatto semplice. Avete per caso consigli?

    Grazie

    1. Buongiorno,
      relativamente alla previdenza pubblica i contributi si totalizzano; per la previdenza integrativa non saprei, dovrebbe vedere i Regolamenti e Statuti dei rispettivi Fondi di previdenza integrativi.
      Saluti.
      Luigi Rodella

  4. Egregio Ragioniere

    Preciso meglio il mio quesito. La mia domanda verte sulla pensione in regime di totalizzazione in UE, in particolare per quanta riguarda l’Inghilterra (la mia domanda e’ a normativa vigente pre-Brexit). Ho 15 anni di contributi versati all’INPS, 12 anni alla Cassa dei Dottori Commercialisti e 4 anni di contributi obbligatori come lavoratore dipendente versati in Inghilterra.

    Mentre all’INPS mi confermano che i contributi UK sono totalizzabili in Italia se andro’ in pensione in Italia, in Inghilterra (a normativa attuale) non sembra questo valere se andro’ in pensione in UK. Ho contattato il Department for Work & Pension del governo inglese e mi hanno scritto che, sulla base della normativa nazionale UK, sono necessari almeno 10 anni di contributi inglesi per avere la New State Pension inglese. Ho allora chiamato l’International Pension Centre inglese chiedendo della totalizzazione all’interno dei paesi UE e mi hanno detto che non la conoscono e se andro’ in pensione in Inghilterra senza almeno 10 anni di contribuzione in UK non c’e’ pensione che posso prendere in UK sulla base di contributi versati all’estero. In sostanza, parlano solo della normativa nazionale inglese e sembrano non conoscere l’istituto della totalizzazione.

    Da quanto ho capito, per la totalizzazione in UE e’ richiesto un minimo di contribuzione di un anno ad ogni forma pensionistica e non si applica invece il numero minimo di anni di contribuzione richiesto dalla normative nazionale o di ogni gestione. Infatti, il sito dell’INPS riporta “Dal 1° gennaio 2012, è possibile cumulare i periodi assicurativi non coincidenti, anche inferiori a tre anni, al fine del conseguimento di un’unica pensione. … Ai fini del raggiungimento dell’anzianità contributiva necessaria per il diritto alla pensione in totalizzazione sono utili anche i periodi contributivi versati all’estero in Paesi comunitari e in Paesi legati all’Italia da convenzioni bilaterali di Sicurezza Sociale…. I requisiti anagrafico (65 anni) e contributivo (20 anni) previsti per il riconoscimento del trattamento pensionistico di vecchiaia in regime di totalizzazione prescindono da eventuali diversi requisiti di età e di anzianità contributiva prescritti dagli ordinamenti di tutte le gestioni interessate per il diritto alla pensione di vecchiaia”. Anche “ Il periodo minimo, in Italia e nei paesi europei è pari a 52 settimane …”. Anche il suo libro a pag. 287 dice “il criterio della totalizzazione, che come abbiamo anticipato, consiste nel considerare in modo fittizio i periodi di lavoro prestati in altri Stati che da soli non darebbero luogo ad alcuna prestazione….”

    Il Regolamento UE 883/2004 all’art 6 prescrive che per la totalizzazione l’istituzione competente di uno Stato membro tiene conto dei periodi maturati sotto la legislazione di ogni altro Stato membro come se si trattasse di periodi maturati sotto la legislazione che essa applica. In particolare, per la totalizzazione delle pensioni di vecchiaia, l’art 51 dispone che se la legislazione di uno Stato membro subordina la prestazione all’aver maturato i periodi in una determinata attività subordinata, questo deve tenere conto dei periodi maturati sotto la legislazione di altri Stati membri maturati sotto un regime corrispondente.
    Non so quindi se la risposta ricevuta dagli uffici inglesi e’ dovuta a loro mancanza di conoscenza della normativa UE o diverso trattamento che si applica in Inghilterra per altra normativa che non conosco. A Lei cosa risulta?
    Ovviamente tutto cio’ prima di Brexit. Purtroppo non ho ancora i requisiti per fare la domanda. Per la certezza del diritto, spero che qualunque soluzione accada per Brexit, la posizione maturata al 29/3/2019 e il relativo trattamento applicabile non venga retroattivamente modificato. O varra’ comunque la posizione che sara’ maturate alla fine del periodo transitorio (se si fa l’accordo)? Che ne pensa?
    Grazie

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