Condono liti fiscali pendenti

Antieconomicità: il Fisco non può sindacare le valutazioni commerciali dell’imprenditore

di Paolo Soro CommentaIn Accertamento, Il peso del fisco, Parliamo di ...

IL CASO

Se rientra nei poteri dell’Amministrazione Finanziaria la valutazione di congruità dei costi e dei ricavi esposti nel bilancio e nelle dichiarazioni, questo sindacato non può spingersi sino alla verifica oggettiva circa l’opportunità di tali costi rispetto all’oggetto dell’attività, trattandosi di valutazioni di strategia commerciale riservate all’imprenditore. Questo quanto afferma la Cassazione nella sentenza n. 21405 del 15 settembre 2017.

La ripresa operata dall’Amministrazione Finanziaria, nella concreta fattispecie, riguardava dei contratti per servizi di marketing e pubblicità.  Le parti negoziali, sulla premessa che il livello di benefici non era soddisfacente, avevano deciso di rescindere l’iniziale accordo, sostituendolo con un nuovo contratto e provvedendo all’emissione delle relative fatture.

L’Ufficio ha sostanzialmente ritenuto che tale seconda operazione comportasse dei costi non inerenti, in quanto attinenti a un periodo pregresso e non giustificabili da un punto di vista economico. In conseguenza, l’Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento relativo all’anno d’imposta 2000 con il quale ha negato la deduzione dei costi conseguenti, rideterminato la perdita di esercizio e rettificato la dichiarazione IVA.

In sede di Commissione Tributaria Provinciale, il ricorso della società è stato parzialmente accolto.Successivamente, la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, sull’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate, ha solo in parte riformato la sentenza del Giudice di Primo Grado.

La stessa Amministrazione Finanziaria ha allora proposto ricorso per Cassazione.

 

L’articolo è tratto da “Valutazioni di antieconomicita: Cassazione 21405 2017 ”  di P. Soro (Commento completo e testo integrale della sentenza)

 

IL COMMENTO

In sede di Legittimità, da tempo si è formato un orientamento consolidato in base al quale, se le scelte dell’imprenditore risultano essere anti-economiche, i costi connessi possono essere disconosciuti dall’Amministrazione Finanziaria. Alla luce di tale orientamento, in sostanza, viene determinata la non inerenza degli atti manifestamente “anti-economici” che determinano costi del tutto sproporzionati rispetto ai ricavi dell’impresa.  Il ragionamento è legato al principio di economicità dell’azione imprenditoriale che dovrebbe ispirare tutti gli atti dell’impresa (Cass. n. 793/2004; n. 11240/2001).

“I comportamenti che si pongono in contrasto con le regole del buon senso e dell’id quod plerumque accidit, uniti alla mancanza di una giustificazione razionale (che non sia quella di eludere il precetto tributario), assurgono al rango di elementi indiziari gravi, precisi e concordanti, che legittimano il recupero a tassazione dei relativi costi (Cass. n. 23635/2008)”.

In Dottrina si è osservata l’aleatorietà di un simile giudicato. Infatti, pur potendo – in linea di massima – concordare sul principio di ragione economica e di antieconomicità, resta il fatto che:

–          L’iniziativa economica privata è libera (art. 41, Cost.)

–          L’imprenditore effettua delle scelte di investimento che possono inizialmente sembrare anti-economiche, ma che, col senno di poi, invece si rivelano premianti; come pure, può accadere che scelte oggettivamente economiche, si dimostrino errate e conducano anche al fallimento dell’impresa (d’altronde, fare impresa significa assumersi dei rischi)

Appare, dunque, evidente che, se da un lato, non è possibile “giustificare” talune ragioni d’impresa, dall’altro, non è corretto considerare sempre indeducibili i costi legati a qualunque tipo di investimento che – a giudizio di certuni, “non imprenditori” – sembrano anti-economici.  Ebbene, siccome a seguito dell’anzidetto orientamento di Legittimità, è indubbio che l’Agenzia delle Entrate abbia abusato fin troppo dei suoi già particolarmente elevati poteri presuntivi, è indispensabile che la stessa Cassazione ponga dei “paletti”: ossia, indichi quanto meno dei limiti, oltre i quali non è consentito un sindacato personale ia opera dell’Ufficio, il quale, in caso contrario, si sentirebbe legittimato a procedere sempre ad libitum.

 

La sentenza annotata

La condivisibile decisione qui in esame sembrerebbe avere colto appieno la portata giuridica e sostanziale della situazione: di fatto, viene affermato (anche e proprio in linea con il consolidato orientamento) che non è legittimo emettere un avviso di accertamento la cui motivazione sia fondata su presunzioni di anti-economicità relative alle scelte imprenditoriali, quando ciò vada ben oltre questioni oggettivamente indiscutibili e finisca col pretendere di sindacare persino delle valutazione strategiche e commerciali, rientranti esclusivamente nell’autonoma sfera decisionale dell’imprenditore.

Ma andiamo a esaminare in dettaglio l’intera vicenda. Innanzitutto, l’Agenzia delle Entrate contesta l’inerenza dei costi relativi al secondo contratto in quanto, essendo riferiti a un periodo pregresso, non potevano essere più deducibili. Sul punto, la CTR non avrebbe correttamente motivato.

Il Collegio adito afferma, invece, che la motivazione del Giudice del Secondo Grado è immune da vizi o carenze. Detto giudicato, invero, ha effettuato una ricostruzione contrattuale della vicenda, dando l’interpretazione giuridica di “accordo novativo” al secondo contratto nel quale sono stati rivisti in aumento gli importi delle prestazioni già ricevute.

(…)

L’Amministrazione, inoltre, nel proprio ricorso rappresenta che la contribuente, pur avendo il titolo per porre la spesa a carico di un terzo, decide di sostenerla in prima persona, rimanendo tenuta a corrispondere al terzo il compenso pattuito, che non avrebbe subito variazione in rapporto a tale scelta.

Peraltro, anche con riguardo a tale obiezione dell’Ufficio, la S. C. ribadisce che ancora una volta non è l’inerenza e la congruità dei costi a essere messa in discussione, quanto piuttosto la scelta societaria di procedere secondo una determinata strada negoziale, anziché un’altra. E questo tipo di scelte dell’imprenditore non possono certo venire sindacate dall’Amministrazione Finanziaria.

In sostanza, l’Ufficio non ha contestato la congruità – rectius, anti-economicità – dei costi fini a sé stessi, deducendo al riguardo gli eventuali correlati elementi indiziari, tali da rafforzare le proprie presunzioni e renderle così dotate degli imprescindibili requisiti di gravità, precisione e concordanza. Ma si è limitato a sindacare la scelta contrattuale operata dalla società, dalla quale sono derivati gli anzidetti costi, sol per questo, dichiarati non inerenti.

Orbene, la Cassazione è di diverso avviso, precisando che l’Agenzia delle Entrate, in alcun caso può sindacare sulla “antieconomicità” di simili scelte di strategia aziendale, che rientrano nella sfera propria ed esclusiva dell’imprenditore, essendo a lui riservate.


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Paolo Soro

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